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Oltre il limite punto org

nov 23, 2016   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Oltreillimite.org – progetto ideato e creato da Paolo Pegoraro che si occupa di sport e disabilità – ci ricorda continuamente che “i limiti, come le paure, molto spesso non sono altro che illusioni” (cit. Michael Jordan).

Il manifesto di Oltre Il Limite già di per sé merita una lettura approfondita

Qualche giorno fa si poteva leggere il pezzo che riporto di seguito e che racconta una storia di cui mi onoro di essere coprotagonista, ma ogni giorno per 5 uscite settimanali il Blog Oltreillimite  letteralmente ci regala un racconto di straordinaria normalità.

Federico Sicura e Tito Tiberti: quando la simbiosi fa la forza

(leggi sul blog di Oltre il limite)

“Simbiosi”. Non esiste vocabolo più indicato per descrivere il rapporto  tra atleta ipovedente a la sua guida. Ben lontano dall’esaurirsi in una dinamica atleta-allenatore, questo rapporto presuppone che  amicizia e complicità siano condizioni sine qua non. Sì, perché la guida deve giocoforza farsi interprete delle percezioni e delle necessità dell’atleta e avere una chiara cognizione degli sforzi da lui sostenuti in ogni momento. È un rapporto da cementare con il tempo, allenamento dopo allenamento, dopo aver condiviso la quotidianità. Un rapporto – ancora – dove un’estrema fiducia va di pari passo con una capacità comunicata pressoché totale. Quando nemmeno la comunicazione basta più o – addirittura – non può sussistere, ecco che subentrano delle doti simil-telepatiche, possibili solo in casi di profonda conoscenza reciproca.

È un rapporto da cementare con il tempo, allenamento dopo allenamento, dopo aver condiviso la quotidianità

Come la mettiamo, ad esempio, nelle fasi più concitate di una prova di nuoto di paratriathlon, quando non esiste la possibilità di parlare? Ecco che la guida analizza in una frazione di secondo la meccanica della bracciata, il modo in cui il suo atleta affronta le onde, oppure prende atto del grado di tensione della cordina che li lega per agire di conseguenza. Questa è la storia del proficuo sodalizio tra l’unico rappresentante dell’Italia agli ultimi Europei di Triathlon nella categoria degli atleti ipovedenti Federico Sicura e la sua guida Tito Tiberti, la voce narrante della nostra storia. E se è vero, come diceva il protagonista del film Into The Wild Christopher McCandless, che la felicità è reale solo quando è condivisa, questi due ragazzi incarnano la quintessenza di quel nobile concetto: Federico e Tito del resto sono ormai abituati a condividere l’intero spettro di emozioni (oltre a un numero crescente di successi).

“Federico è un ragazzo che proviene dal mondo della corsa e con incrollabile passione si divide tra lavoro e pratica sportiva. Il nostro sodalizio sportivo è cominciato nel 2009, quando sono diventato il suo allenatore. Nel 2015, quasi per gioco, abbiamo preso parte alle Italian Paratriathlon series, con una prima prova impegnativa sulla  distanze del Triathlon sprint (750 metri a nuoto, 20 km in bici e 5 di corsa). Il test è stato dei più probanti visto che Federico era abituato al massimo a nuotare entro in confini della piscina: il mare aperto è tutto un altro affare. L’avvicinamento al paratriathlon è stato progressivo: la molla è scattata dopo la prima esperienza al campionato italiano di Rimini nel 2015; Federico corse molto forte e si difese nelle altre due discipline. Intuimmo che avesse una spiccata predisposizione per questo sport. Il 2015 si chiuse con qualche altra “garetta”  e la consapevolezza che il meglio dovesse ancora venire. Grazie a continui progressi, a una sempre maggior consapevolezza nei suoi mezzi e al supporto della Squadra e della Federazione eravamo pronti per il salto di qualità. Siamo al 2016: quello verso gli Europei è un percorso netto, contraddistinto dall’esaltante vittoria del Duathlon Sprint; nel finale di stagione arriveranno anche il trionfo nell’Italian Paratriathlon Series e il secondo posto ai Campionati Italiani dietro al bravissimo Manuel Marson. Il culmine di questo cammino è stata indubbiamente la convocazione ai Campionati Europei  di Lisbona: per quanto un’esperienza di così alto livello non possa che essere stata gratificante, quel quinto posto a soli 22’’ dal podio grida ancora vendetta.

lo vedo un po’ come l’esempio vivente della vittoria della mente sul corpo

Dopo due discrete frazioni nel nuoto e nella bici, Federico – probabilmente il più forte corridore al mondo tra i paratriatleti non vedenti o ipovedenti – non è riuscito a capitalizzare la sua superiorità correndo la “sua” frazione della corsa almeno un minuto più lento rispetto ai suoi standard. All’indomani della nostra esperienza in terra lusitana è scattato un esame di coscienza: all’analisi delle cause dell’insuccesso è seguita una disamina sui correttivi da apportare. Tutto ciò potrebbe stupire un osservatore esterno, ma Federico è estremamente professionale. È un atleta con la A maiuscola che mi stupisce ogni giorno di più: mi sorprende in particolare la leggerezza nel gestire le difficoltà del suo fisico: lo vedo un po’ come l’esempio vivente della vittoria della mente sul corpo. Considerando le immani difficoltà che questi super atleti devono affrontare nel loro vissuto, la loro componente motivazionale è molto più elevata rispetto a quella dei cosiddetti “normodotati”.  E poi c’è il grande sogno da coltivare: quello di Tokyo 2020. La categoria PT5 (maschile) destinata agli atleti non vedenti e ipovedenti non figurava nel programma paralimpico di Rio 2016, ma alla luce del successo del triathlon (pur a ranghi ridotti) ai Giochi brasiliani le cose potrebbero cambiare e ci sono ottime probabilità che il Comitato Paralimpico Internazionale possa includere altre categorie. Di certo noi non ci faremo cogliere impreparati!”

Shit happens

nov 9, 2016   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Nasciamo col diritto universale alla libertà  dalla paura. La paura è anche il movente della pancia del popolo. Chi non ha paura delle paure che orientano opinioni e voti, ha spesso paura di chi ha paura. Senza minimizzare i problemi, io voglio essere libero: libero dalla paura.

Razzisti alla luce del sole,

razzisti latenti che vi nascondete dietro barricate (le barricate dividono, non proteggono…),

estremisti acritici e confessionali,

talebani cristiani (o di altra “fede” a piacere) che non ammettete il vostro estremismo,

qualunquisti da bar,

qualunquisti che non sedete a bere il caffè eppure vi schermate con frasi preconfezionate che nemmeno riconoscete nella loro deflagrante banalità e pericolosità ,

maschilisti e machisti duri e puri del cazzo,

maschilisti e machisti nel chiuso delle vostre quattro mura (omuncoli piccoli e infami),

delinquenti che prosperate o vivacchiate nell’illegalità  e grazie all’illegalità ,

benpensanti che fate spallucce davanti all’illegalità ,

donne e uomini che avete remore a denunciare soprusi e delitti,

donne e uomini che non garantite la certezza delle pene,

donne e uomini che non vi indignate,

donne e uomini che non avete il coraggio della speranza,

donne e uomini che non volete (né sapete) affrontare imprese a prescindere dalle sfide (quei problemi che si può provare a risolvere anche mentre si opera, senza necessariamente spegnere sul nascere le aspirazioni di chi ha il coraggio della speranza),

complottisti e fatalisti,

non fate paura.

Fate schifo.

E’ un’opinione come un’altra, ma è liberamente mia.

 

Parco Giochi Mondo

ott 30, 2016   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Warmup Francoforte 2016Eccomi, parco giochi alle 10, appuntamento con gli altri bambini: non vedevo l’ora di questa mattina di sole, una domenica di fine ottobre. L’aria è fresca ma i raggi di elio riscaldano la pelle e si sta bene. Siamo in città ma sembra di sentire il pizzicore della brezza mattutina in campagna. La terra è asciutta, niente rugiada: si corre e si strepita.

Siamo tanti, ci sono anche tante bimbe. Ci capiamo benissimo, parliamo la stessa lingua del corpo e del gioco anche se è sotto gli occhi di tutti che questo parco giochi è un covo di piccoli indemoniati di ogni provenienza etnica, sociale e linguistica. Ma si gioca e io sono il campione di altalena, vado in alto, anzi in altissimissimo spingendomi forte con le mie zampacce robuste. Vado così in alto che vedo i palazzi della città scintillare al sole. Vedo intorno a me i compagni di gioco e sorrido, anzi rido proprio forte, riempiendomi zucca e polmoni di una gioia genuina, spensierata e rumorosa. Vado così in alto che vedo una farfalla leggera e veloce nella sua livrea ciclamino*. Gioca anche lei, ci sono bambini più stanchi, alcuni che addirittura lasciano il parco giochi.Primi chilometri Francoforte 2016

Gioco un po’ a correre, gioco per 2 ore senza sosta e senza pensare, ho il capo lieve e seguo l’istinto. Sono due ore che sto lì a scorrazzare e riempire ogni spazio, mi levo anche il berretto per sentire il vento tra i capelli**. Madonna, sono sudatissimo! Chissà se mi vedesse la mamma come mi sgriderebbe… e mi aspetta a pranzo per le 12 e 30 in punto!!! Ma devo proprio finirlo il gioco che abbiamo cominciato, non si può mica smettere, sarebbe davvero un peccato, ma per non fare tardi devo sbrigarmi. E intanto mi frullano in testa parole cacofoniche, tipo termini della filosofia di scuola tedesca o della tormentata letteratura dello sturm und drang (ma un bambino cosa ne sa?). Senza dire una parola ad amici e farfalla accelero i tempi di scherzi e lazzi, la farfalla non mi segue più, gioca con altri… Però sono così sudato e stanco, non ce la faccio mica ad essere a casa per 12.30 al massimo: “Chissà la mamma… magari se arrivo con un ritardo piccolo piccolo neanche se ne accorge”. E mentre elaboro pensieri, l’amica farfalla si avvicina, ma svolazza via subito… son troppo stanco per starle dietro: via dritto a casa, entro dalla porta con due minuti e mezzo di ritardo, trafelato e con le gambe che sono budini, sempre a rotta di collo!
La mamma non è in cucina, l’ho fatta franca e ho giocato come piace a me. Ci torno presto al parco giochi, magari ci saranno anche le pozzanghere e posso fare gli schizzi. Campione di altalena e campione di salto nella poccia sarebbero due titoli che nessun eroe sportivo delle figurine ha mai vinto insieme, forse…

Spaventapasseri Francoforte 2016Francoforte, ultima domenica di ottobre 2016, 42195 metri al trotto. Niente di eccezionale per l’atletica vera: 2h32’31” che però mi fanno sentire felice della stanchezza che mi chiude gli occhi. Un pochino per volta, ricomincio a vedere la bellezza di sentire che vai! Intorno a me persone che contano, che contano per me e che hanno condiviso se non il gioco il viaggio.

*Tracy, credo americana. Ha finito un pochino prima di me, mi ha “sverniciato” al km 41 quando ero un pochino – come dire – in crisi. Però era così ordinata e leggera nella corsa… e non sudava!

**ogni riferimento alla mia crapa pelata è puramente casuale. Diciamo che il mercato delle forcine per capelli con me collassa.

Entering a book for the very first time…

gen 31, 2015   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Maratona! My friendNon lo so, a me i libri fanno paura. Li leggo, li divoro e li dimentico. Spesso prendo un libro, ne leggo un 70% e lo abbandono, anche se è magnifico… Magnifici sono quei libri scritti bene, coerenti e pieni di valori ragionati. Amo scrivere, è colpa della maestra Edda e della professoressa Solazzo. Qualcuno sostiene che dovrei dedicarmi alla scrittura per mestiere, ma non lo faccio. I libri mi fanno paura e il giornalismo è un mostro mangia persone: conosco pochissimi giornalisti che scrivono davvero bene (Anna. Michi…) e mi addolora che debbano lottare al ribasso con armate di illetterati che riescono a sputare quotidianamente tonnellate di parole senza etica umana e professionale.

Però in un libro ci sono entrato, con la mia penna. Ho scritto una breve prefazione, l’ho scritta per Luigi che è un amico e non è uno scrittore. E’ un ragazzo che si appassiona per qualcosa e per indole estroversa vuole raccontare. “Gigio” non è uno scrittore, non mette tutte le virgole e le virgolette al posto giusto, non ha il vocabolario di Umberto Eco né la poesia di Gustave Flaubert. Però si mette a nudo senza paura e scrive con un suo stile colloquiale ma gradevole. Il coraggio va premiato: ha avuto l’ardire di correre la maratona, dopo aver giurato per anni – anni da onestissimo mezzofondista – che non lo avrebbe mai fatto. E si è divertito! Eccovi il “re nudo di maratona” Luigi Del Buono e la preview della prefazione. Buona lettura.

Cliccando qui o sull’immagine si accede alla pagina Amazon del libro, per ora disponibile in formato e-book. Ed ecco la prefazione…

 

Il racconto di una maratona non può essere un libro. È quantomeno un percorso emotivo. La cronaca delle migliaia di miglia che un fondista ha già percorso prima dell’avventura olimpica per antonomasia non è un diario di allenamento. È piuttosto un taccuino di viaggio; sono le impressioni dell’artista settecentesco che percorreva il Grand Tour europeo; è il «Viaggio in Italia» dei Goethe della fatica.

Scrivere una pre-fazione, cioè dire qualcosa al lettore di un racconto di maratona, dirlo prima che egli s’introduca nel groviglio di mente e corpo dell’atleta che sceglie la maratona, è come preparare un paragrafo di avvertenze per l’uso: siate cauti e non pensate al maratoneta come ad un folle masochista che s’infligge quotidianamente la punizione della fatica fisica. Il maratoneta è tutt’altro: è qualcosa che nasce dopo due ore di solitudine “corsara”. È quel sorriso che si abbozza sul volto quando – dopo trenta e più chilometri di pensieri – i pensieri finiscono e resta solo una certezza: io ce la faccio, il mio corpo mi ha portato fin qui ma la mia “zucca dura” (alias la mia mente) mi può portare ovunque. Il traguardo dei 42’195 metri è solo una convenzione e il maratoneta scopre di essere oltre, unconventional.

Il maratoneta è un viaggiatore piuttosto coraggioso: sceglie una strada, sceglie anche un itinerario… eppure – strada facendo – scopre alternative affascinanti, scorci di paesaggi, angoli del proprio “io profondo” che non avrebbe conosciuto altrimenti. Tocca scomodare una penna sopraffina nei racconti di luoghi e geografie dell’anima: Robert Louis Stevenson confessava «Io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente il prurito della nostra vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentirsi sotto i piedi il granito del globo». Chi più del maratoneta sa cosa vuol dire decidere di alzarsi da un comodo divano di abitudini e calcare il terreno passo dopo passo?

Correre una maratona, beninteso, non è una scelta eroica. Il XXI secolo dell’epoca post-Wanjiru ci insegna che la maratona non fa male alla salute, nemmeno a quella del “giovane adulto” corridore: è una conquista alla portata di tutti, con adeguata preparazione, ciascuno al proprio passo.

Ogni maratona è diversa e ogni maratoneta è a suo modo un visionario. Luigi Del Buono regala la sua visione, apre il suo taccuino, svela il segreto dell’artista e in qualche modo apre il suo cuore d’atleta… Ogni uomo ha una propria weltanschauung (visione del mondo), poi corre una maratona e tutto cambia.
Scomodo anche Gesualdo Bufalino: «C’è chi viaggia per perdersi, c’è chi viaggia per trovarsi». Caro lettore, che viaggiatore sei? Quale maratona – tra metafora e realtà – correrai?

#12121969

gen 14, 2015   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Sebbene in effetti io abbia gli occhi verdi e non sia sempre gentile… Dalle medie Da Vinci di Monza, un “feedback” dall’incontro coi ragazzi dell’11 dicembre scorso…

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Tito Tiberti ha una voce chiara, cristallina, gli occhi marroni ed è pelato; è molto gentile e sa quando è tempo di scherzare e quando è il momento di essere seri.  Ci ha parlato per due ore  stupende,  a parer mio,  delle varie stragi successe in Italia e in particolare di quella di piazza Fontana, su cui ci siamo soffermati di più. Abbiamo visto foto dell’accaduto e persino uno spezzone di telegiornale dell’epoca. Pensare che io non sapevo di nessuno di questi atti terroristici; mi ha fatto riflettere molto.
Alla fine dell’incontro Tito ci ha parlato della corsa in memoria delle vittime della strage. Per svariati giorni ho implorato mia madre di lasciarmi andare alla corsa e alla fine me lo ha concesso.
Il giorno della corsa Tito ci ha donato delle maglie commemorative; la corsa comprendeva 3 km, fino ad arrivare al cimitero di San Fruttuoso, davanti alla tomba di Lea Garofalo, una vittima della mafia i cui resti furono ritrovati lì vicino, ma eravamo così presi che abbiamo continuato fino al monumento del Parco Nord, per un totale di 9 km di corsa! Arrivati là c’erano le autorità e ho scoperto che con noi ha corso il Sindaco di Villasanta.
Al ritorno eravamo stanchi ma contenti e presto faremo un allenamento con il maratoneta!

Filippo

Buon compleanno, campionessa fragile

gen 10, 2015   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Lettore dagli occhi vispi e avidi, questo pezzo non ha senso. Anzi non è nemmeno un pezzo, è un intero molto piccolo. Se hai intenzione di capirlo, non cominciare a leggerlo. Se hai intenzione di leggerlo, mettiti a piedi nudi su un pavimento crespo: devi sentire un prurito ispido sotto le piante dei piedi.

B

uon compleanno campionessa fragile. Non è facile scegliere di ricordarsi di qualcuno che ti si chiede di dimenticare. Non è per niente facile dire a se stesso che il senso comune ha senso, quando tutto ciò che è struttura socio-familiare della tradizione italica oscilla violentemente e rischia di schiantare a terra schemi consolidatissimi e innocuamente ipocriti. Un grande spargimento di credenze credulone, populismi, strappi di bibbie, corani e “contratti d’amore”, nonché mattoncini di lego e puffi di gomma blu.
Chi sopravvive?

E

roi di ogni giorno, gente che lava i piatti a mano, gente che guarda un porcospino nel prato con la sorpresa del bambino che rincorre bolle di sapone (che peraltro potrebbero uscire dal lavabo della cucina…). Gente che non sa cos’è una “comfort zone” e che vive FELICE senza il libro delle facce, senza il cinguettio telematico. Gente con la testa per aria che ha bandito (anzi non ha nemmeno accolto) tutte quelle amenità che succhiano le ore al giorno, che azzerano l’orientamento spaziale, che rammolliscono la percezione di ciò che è orrore annebbiando l’apocalisse del quotidiano con il velo del virtuale, mentre il video di quel camion che vola nella scarpata è (almeno) un uomo morto e sepolto, spappolato nella pietraia reale e non sulla pellicola fotosensibile della finzione cinematografica.

F

anculo. Io a questa eroina quotidiana gli auguri li faccio e posso persino accettare che debbano passare per lo scritto telematico. Il porcospino passa nel giardino disordinato (disastrato!) dei ricordi e si trascina via tra gli aculei qualche mattoncino e una puffetta bionda con quel buffo cappuccio bianco.

A

llora cosa rimane? Rimangono le impronte di piedini e unghiette del riccio, rimane un afrore forte (il porcospino puzza, anche se in google images non si capisce), rimangono due capelli lunghi e biondi (la puffetta era proprio di gomma?). Rimane la parte autentica del ricordo, quella profonda ed eterna, quella che non si registra su nessun supporto, quella di cui sei grato alla vita che ti permette di essere vivo.

N

Non occorre avere paura, campionessa fragile. In questo mondo vinci tu: tu sei destinata alla felicità, tu sei vera. Tu avrai addosso la puzza del riccio. Tu avrai la pelle del colore dei sogni.

A

ddio, così si è scritto. Addio è una parola stronza. Non voglio usarla più. Con la A ci sono tante alternative: da Arrivederci a Auguri passando per Affetto e Allanimadelimmortaccitua (che è molto più concreta dell’anima del commercio, alla faccia dei perbenisti).

Indispensabili.

dic 24, 2014   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

picciapoccio'sUn giovane amico mi ha fatto l’onore di definire il mio aiuto “indispensabile” per una faccenda para-lavorativa. Pur contento dell’attestato implicito di stima, mi son trovato a dissentire con lui: chi può essere indispensabile quando la popolazione del globo galoppa verso il novemiliardesimo abitante? Al massimo si può essere utili, non indispensabili…

Poi però ti ricordi che ciascuno ha una sua personale narrativa: scelte ed accadimenti che contribuiscono a costruire la storia personale. Ti trovi in un finale d’anno (anno abbastanza tormentato) e riconsideri bene e male.

Quell’indispensabile abbraccio dato. Quello ricevuto.
Quell’indispensabile pausa per risposare durante un viaggio troppo faticoso.
Quell’indispensabile allenamento a perdifiato e senza senso, senza meta, senza niente (se non la ricerca di sé).
Quell’indispensabile pianto liberatorio. Quell’indispensabile pianto di dolore, tanto doloroso perché non era il tuo pianto ma quello di una persona amata.
Quell’indispensabile gioia disordinata. Quell’indispensabile incazzatura viscerale.
Quell’indispensabile sfogo che hai ascoltato con pazienza e trasporto, quell’indispensabile sfogo che qualcuno ha ascoltato (con pazienza e trasporto).
Quell’indispensabile “ramanzina” che non meritavi ma che ti ricorda che i princìpi hanno un valore incommensurabile.
Quella (dispensabile) stronzata che non rifarai ma che ora non conosce rimedio.

Un regalo l’ho ricevuto: la coscienza dell’indispensabilità microcosmica (personale o molto ristretta) delle piccole cose. Piccole cose che pure sono insignificanti a livello cosmico (globale o anche più ampio).

Piccole cose oneste, colorate, libertarie, rispettose dei microcosmi altrui…

Auguri.

Libri volanti

dic 9, 2014   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Pantani è tornato - bookL’ho rifatto, mi ero ripromesso di non farlo più. Ho oltraggiato un libro, scagliandolo (stavolta contro un muro) per rabbia. Non per rabbia nei confronti di qualcosa di astratto, ma per la disperata incapacità di comprendere perché gli eventi narrati nel testo siano realmente accaduti… Una sorta di indignazione cieca (e postuma).
Però stavolta ho raccolto il libro, l’ho accarezzato, ripulito e ripreso. Ammaccato lui, ammaccato io… Truth and Reconciliation, anche se è durissima riconciliare: allora con la storia del nazismo (il libro che gettai e che rimase in un cespuglio, ma che finii dopo averlo ricomprato, era “il bambino con il pigiama a righe” di Boyne…), oggi con l’omicidio di Marco Pantani (eroe sportivo della mia gioventù, al di là di tutte le possibili considerazioni sul doping nello sport).

Come sosteneva l’illuminato e partigiano Stéphane Hessel: “indignatevi!”

 

Già scrissi di Pantani… www.titotiberti.it/pirati-colori-e-giallo.html 

Venice Marathon: troppo tutto

ott 29, 2014   //   by admin   //   Blog  //  1 Comment

Ho corso un’altra maratona. Lasciamo perdere il fatto che non è andata come pensavo, come dicevano gli allenamenti e come – forse – meritavo. Per raccogliere i frutti del lavoro c’è tempo e gli stimoli non mi mancano!

Piazza San Marco 2014
Un’altra maratona era Venezia. Sono sempre 42,195km, il lunghissimo Ponte della Libertà controvento è stato fonte di grande sofferenza (beh, tutto il percorso era controvento), però… però il cielo era azzurro e splendeva il sole. Temevo i famosi 14 ponti sull’isola di Venezia e invece sono stati il momento più caratteristico e speciale della “mia” maratona. Entri sull’isola ed è un sogno, la fatica non c’è più… anzi c’è ed è devastante, ma non puoi non stupirti ed ammirare la tanta, troppa bellezza che ti gira intorno… troppa bellezza, troppo “tutto”! Senti l’istinto di provare – quasi pretendere – un’emozione intensa. Scappano due lacrime e un groppo ti chiude la gola.
Il mio piccolo shock emotivo l’avevo già avuto al Parco San Giuliano, con la mia atleta Giuly accorsa per tifarmi che mi ha intimato di finire la maratona (nel parco era terminata la mia prima esperienza veneziana nel 2010…). L’ho tranquillizzata a modo mio dicendole: “è un’avventura bellissima”.

Passi in Piazza San Marco e si riaccende tutto, si riaccende la passione e le gambe tornano a girare. Il finale, il mio finale, è insospettabilmente brillante. E divertente: rimonto atleti, ma la preoccupazione non è tanto guadagnare una posizione in classifica, quanto dare un cenno di incitamento ai compagni di corsa.

Ho preso solo la medaglia di partecipazione e son contento, pur sapendo che in una giornata agonisticamente normale avrei potuto entrare nei primi 6-7 al traguardo. È stata una defaillance, ma la migliore defaillance della mia carriera agonistica: il “Personal Worst” in carriera vissuto – anzi goduto – in gran serenità.
E poi ho avuto un premio straordinario: trovare al traguardo l’adorata nipotina Nerea e mio fratello. Sto invecchiando e la presenza degli affetti mi fa battere forte il cuore…

Tito e Nerea - Venice Marathon

Pillole di GRW #5: L’onore delle armi

ott 13, 2014   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Sono di nuovo le 8.30 del mattino, ma è il giorno dopo. Qualche crampo, un po’ di mal di testa e una nausea persistente mi hanno impedito di dormire decentemente. Il recupero dopo la fatica di ieri non è sufficiente, i sintomi m’inducono a pensare a una via di mezzo tra un abbozzo di disidratazione e un abbozzo di colpo di calore… magari sbaglio, ma nella mia testa in questo momento è così. Non voglio lasciare il Gargano senza “combattere” e ho bisogno di correre ancora una prova. Tendo sempre a relativizzare: ci sono questioni importanti “hic et nunc” (in questo momento e in questo luogo: “combattere”) e questioni sempre prioritarie (esempio banale: la pace). A volte “importante” e “prioritario” s’incontrano simbolicamente e servono a costruire il carattere. Per me rendere l’onore delle armi ai pettorali gialli dei partecipanti al Challenge (le 4 prove: 10km, Gargano Raid 77km, maratonina e Trail del Saraceno 14km) era un fatto di stima, una specie di inchino a chi ce l’ha fatta, e una prova d’appello per me stesso. Mi presento sulla linea di partenza, fa ancora molto caldo, mi getto nella mischia ma nella mia testa gira tutto. Dopo poco più di un chilometro stacco il pettorale e procedo a piedi verso il mio Bed&Breakfast. Sento l’esigenza di una doccia fredda, di recuperare altre 5 ore e rimettermi in gioco nel Trail finale.
Sotto il B&B Coppa di Cuoco c’è il decimo chilometro della mezza e il corrispondente rifornimento d’acqua per gli atleti. Mi fermo e bevo una bottiglietta fresca, rinuncio alla doccia e rimango a dare una mano a sistemare i tavoli e predisporre le bottigliette per i concorrenti, coinvolgiamo i ragazzi della banda del paese nel rifornimento dei concorrenti. Tifiamo e passiamo bottiglie, in mezz’ora passano tutti. I ragazzi, dopo averci allietato in mattinata con un tributo a Lucio Dalla, sembrano divertirsi a passare le bottigliette ai podisti accaldati. Continuo a bere, ne ho bisogno vitale. Dopo l’ottava bottiglietta il mal di testa se n’è andato e la nausea quasi, mi rimangono solo violenti dolori ai quadricipiti e alla cosiddetta fascia lata.
Una piadina – salata! – precede un’oretta di riposo; chiudo la valigia e vado in partenza per il Trail. Siamo tantissimi! Il fascino della novità di un trail in Gargano e su distanza abbordabile attira moltissimi. Voglio provare a vincere, non perché io abbia il desiderio unico di essere primo sul traguardo ma perché ho bisogno di combattere, di dimostrare a me stesso che “non fa male!” e che ho energie da spremere sia nel fisico sia nella testa. Alcuni sono troppo freschi per me oggi e se ne vanno subito, ma le mie gambe spingono bene, persino sulla spiaggia di ciottoli che già conoscevo da ieri. Ho una parentesi critica tra il km 8 e il km 10,5, devo camminare sulle pendenze più toste, ma nel finale mi riprendo bene e rimonto su chi mi precede. Ne supererò solo uno ma recupero moltissimo negli ultimi 2km, do quello che mi è rimasto e dimostro a me stesso che so ancora (sempre) stringere i denti. È un sesto posto che non significa nulla per la statistica, ma che mi dice tanto per il futuro di medio e lungo periodo.
Filippo Canetta oggi pomeriggio corre con la moglie. Ha un margine amplissimo nel challenge e se la prende comoda: fa passerella e fa bene. Mi sono permesso di corrergli accanto nei suoi ultimi 100 metri, il ragazzone si è fatto 10+77+21+14=122 km in meno di 48 ore!!!
Sorrido anche oggi, sconfitto ma non domo, pronto a una nuova piccola personale sfida. Una nuova piccola lezione di vita.

Diceva tal Bob Clarke: “I like running because it’s a challenge. If you run hard, there’s the pain -and you’ve got to work your way through the pain. You know, lately it seems all you hear is ‘Don’t overdo it’ and ‘Don’t push yourself.’ Well, I think that’s a lot of bull. If you push the human body, it will respond“.

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Quote #8

I like running because it's a challenge. If you run hard, there's the pain -and you've got to work your way through the pain. You know, lately it seems all you hear is 'Don't overdo it' and 'Don't push yourself.' Well, I think that's a lot of bull. If you push the human body, it will respond. (Bob Clarke)