Entering a book for the very first time…

gen 31, 2015   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Maratona! My friendNon lo so, a me i libri fanno paura. Li leggo, li divoro e li dimentico. Spesso prendo un libro, ne leggo un 70% e lo abbandono, anche se è magnifico… Magnifici sono quei libri scritti bene, coerenti e pieni di valori ragionati. Amo scrivere, è colpa della maestra Edda e della professoressa Solazzo. Qualcuno sostiene che dovrei dedicarmi alla scrittura per mestiere, ma non lo faccio. I libri mi fanno paura e il giornalismo è un mostro mangia persone: conosco pochissimi giornalisti che scrivono davvero bene (Anna. Michi…) e mi addolora che debbano lottare al ribasso con armate di illetterati che riescono a sputare quotidianamente tonnellate di parole senza etica umana e professionale.

Però in un libro ci sono entrato, con la mia penna. Ho scritto una breve prefazione, l’ho scritta per Luigi che è un amico e non è uno scrittore. E’ un ragazzo che si appassiona per qualcosa e per indole estroversa vuole raccontare. “Gigio” non è uno scrittore, non mette tutte le virgole e le virgolette al posto giusto, non ha il vocabolario di Umberto Eco né la poesia di Gustave Flaubert. Però si mette a nudo senza paura e scrive con un suo stile colloquiale ma gradevole. Il coraggio va premiato: ha avuto l’ardire di correre la maratona, dopo aver giurato per anni – anni da onestissimo mezzofondista – che non lo avrebbe mai fatto. E si è divertito! Eccovi il “re nudo di maratona” Luigi Del Buono e la preview della prefazione. Buona lettura.

Cliccando qui o sull’immagine si accede alla pagina Amazon del libro, per ora disponibile in formato e-book. Ed ecco la prefazione…

 

Il racconto di una maratona non può essere un libro. È quantomeno un percorso emotivo. La cronaca delle migliaia di miglia che un fondista ha già percorso prima dell’avventura olimpica per antonomasia non è un diario di allenamento. È piuttosto un taccuino di viaggio; sono le impressioni dell’artista settecentesco che percorreva il Grand Tour europeo; è il «Viaggio in Italia» dei Goethe della fatica.

Scrivere una pre-fazione, cioè dire qualcosa al lettore di un racconto di maratona, dirlo prima che egli s’introduca nel groviglio di mente e corpo dell’atleta che sceglie la maratona, è come preparare un paragrafo di avvertenze per l’uso: siate cauti e non pensate al maratoneta come ad un folle masochista che s’infligge quotidianamente la punizione della fatica fisica. Il maratoneta è tutt’altro: è qualcosa che nasce dopo due ore di solitudine “corsara”. È quel sorriso che si abbozza sul volto quando – dopo trenta e più chilometri di pensieri – i pensieri finiscono e resta solo una certezza: io ce la faccio, il mio corpo mi ha portato fin qui ma la mia “zucca dura” (alias la mia mente) mi può portare ovunque. Il traguardo dei 42’195 metri è solo una convenzione e il maratoneta scopre di essere oltre, unconventional.

Il maratoneta è un viaggiatore piuttosto coraggioso: sceglie una strada, sceglie anche un itinerario… eppure – strada facendo – scopre alternative affascinanti, scorci di paesaggi, angoli del proprio “io profondo” che non avrebbe conosciuto altrimenti. Tocca scomodare una penna sopraffina nei racconti di luoghi e geografie dell’anima: Robert Louis Stevenson confessava «Io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente il prurito della nostra vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentirsi sotto i piedi il granito del globo». Chi più del maratoneta sa cosa vuol dire decidere di alzarsi da un comodo divano di abitudini e calcare il terreno passo dopo passo?

Correre una maratona, beninteso, non è una scelta eroica. Il XXI secolo dell’epoca post-Wanjiru ci insegna che la maratona non fa male alla salute, nemmeno a quella del “giovane adulto” corridore: è una conquista alla portata di tutti, con adeguata preparazione, ciascuno al proprio passo.

Ogni maratona è diversa e ogni maratoneta è a suo modo un visionario. Luigi Del Buono regala la sua visione, apre il suo taccuino, svela il segreto dell’artista e in qualche modo apre il suo cuore d’atleta… Ogni uomo ha una propria weltanschauung (visione del mondo), poi corre una maratona e tutto cambia.
Scomodo anche Gesualdo Bufalino: «C’è chi viaggia per perdersi, c’è chi viaggia per trovarsi». Caro lettore, che viaggiatore sei? Quale maratona – tra metafora e realtà – correrai?

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Quote #8

I like running because it's a challenge. If you run hard, there's the pain -and you've got to work your way through the pain. You know, lately it seems all you hear is 'Don't overdo it' and 'Don't push yourself.' Well, I think that's a lot of bull. If you push the human body, it will respond. (Bob Clarke)