Ogni maratona, una vita…

mar 8, 2011   //   by admin   //   Blog  //  1 Comment
L’autobiografia è qualcosa che in fondo mi ripugna, trovo dannatamente banale e povero scrivere di sé. Lo trovo anche presuntuoso: siamo sei miliardi e rotti e nulla che io possa possedere (qualità fisiche o morali) mi rende particolarmente speciale. Non c’è merito nell’essere al mondo, ci siamo perché una donna ci ha portati in grembo e poi ha avuto la compiacenza di partorirci con dolore. Naturalmente sono infinitamente grato a mia madre per avermi messo al mondo e ai miei genitori per avermi cresciuto dandomi notevoli opportunità di sviluppo, oltre al vitto in tavola ogni giorno.
Lunga strada (grazie al fotografo)
Mi ripugna scrivere di me, ma lo faccio lo stesso, ammetto di essere presuntuoso. D’altra parte è una pratica non diversa da quella delle persone che si dichiarano paralizzate dalla timidezza un minuto prima di spiattellare in diretta TV i propri segreti più sordidi a beneficio di spettatori inebetiti. Scrivere mi aiuta a ripensarmi come uomo, mi aiuta a rileggere la mia vita e a cercare di essere migliore. Anche se nessuno ricorderà di me; anche se un bel giorno tornerò polvere. Come nella migliore tradizione delle frasi fatte di “saggezza” popolare, dico: “vorrei finire facendo ciò che mi piace di più”. Per Berlusconi sembra chiaro, ormai, in che circostanza vorrebbe finire. Per me probabilmente sarebbe correndo una maratona.
Le cose finiscono o si fanno finire: per me finiscono alla fine di una lunga corsa. E’ metaforico e doloroso. Si fatica, si porta il fardello, si taglia un traguardo (parziale) ed infine si cede esausti. Il dolore fisico camuffa quello interiore. Ogni volta si raggiunge la fine della strada. Alla fine della strada si può essere ogni volta più ricchi e migliori. Oppure alla fine della strada si è ogni volta più poveri, si muore un po’. Ogni volta si impara a conoscersi e a sopportarsi. Ogni volta se ne esce con una decisione definitiva per poi scoprire di aver mentito a se stessi. Ogni volta si può imparare e diventare migliori, pur morendo un po’. Ogni volta…
Ogni maratona…
Era Roma 2005, nella città eterna: dopo anni martoriati da infortuni vinsi la mia sfida esordendo in maratona. L’entusiasmo mi aveva portato ai 42km. Era la vita dello studente con il pugno sinistro alzato, del non dormire mai, del sacrificare tutto ad un’idea, dello spendere ogni stilla di energia e non crollare mai. Era la vita del caffè a secchi a tutte le ore, erano le lezioni al mattino, una piadina a mezzodì, un allenamento massacrante alle 14, alle 17 una riunione, alle 19 un incontro pubblico, alle 21 una conferenza, alle 23.30 si cominciava a studiare, alle 3 a letto, alle 7 di nuovo in piedi a studiare e alle 9 a lezione.
Era UNA vita.
Era New York 2010, un’ALTRA vita: quella dell’atleta che aveva rinunciato all’idea del professionismo, quella della competizione con se stesso e non con l’avversario, quella della disillusione. Quella dell’addio alla maratona.
Nel mezzo altre MARATONE e altre VITE. Nel mezzo il tentativo del professionismo e la mia migliore annata sportiva, sebbene arida di pensieri: 1h06′ più volte in mezza, 30’21 nei 10000 al sabato sera e 1h07.20 in mezza solo 14 ore dopo. Carichi di lavoro impressionanti traghettavano un logorio silenzioso, sottilmente interiore, che erodeva sia l’integrità fisica sia il patrimonio di cultura e idee. Lo sportivo professionista spesso è capra, a volte si redime e diventa bue, raramente diventa/torna uomo… Era il 2008 del ritiro a Sestriere quando le mie gambe facevano tutto quello che la testa chiedeva loro. Tanto feci che le mie gambe si ribellarono e non corsi la maratona, seriamente infortunato.
James Russell Lowell scriveva che “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”. In linea di principio sono d’accordo al 50%, non ho visto morti cambiare idea. Di stupidi ne ho visto almeno uno (autoironia?): uno che a fine 2010 – presuntuosamente – ha rilasciato un’intervista per annunciare il proprio “basta” alla maratona e che domenica prossima invece farà 42,195 km. Senza ansia o patemi, con nel cuore una sfida e una spada e la consapevolezza che morirà un po’, transitando a un’ALTRA VITA…

1 Comment

  • Wow! Fa un certo effetto – oserei dire emozionante – quando trovi espressi con parole chiare i pensieri e le riflessioni che affiorano in maniera un po’ confusa quando corri (magari non in città, dove devi concentrarti a sopravvivere nella giungla!) o quando sei a letto, o in tutte le occasioni in cui torni a pensare con più insistenza alla vita, al suo senso, al suo fine e alla sua fine…
    Mi conforta sapere che è una deformazione – non oso dire “professionale”! – comune ai corridori (o almeno a un altro oltre a me…) il fatto di usare la corsa come metafora e metro di valutazione della vita!
    Sarà per questo che c’è così tanto arrivismo e tanta competitività – oltre che tanta droga! – nella vita quotidiana?
    Ciao e complimenti per il tuo sito: continua così!

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Quote #8

I like running because it's a challenge. If you run hard, there's the pain -and you've got to work your way through the pain. You know, lately it seems all you hear is 'Don't overdo it' and 'Don't push yourself.' Well, I think that's a lot of bull. If you push the human body, it will respond. (Bob Clarke)