BAM – Ippoceronte giallo volante!

“Da quando ho imparato a camminare, mi piace correre” proclamava il superomista Nietzsche; io aggiungerei “e da allora aspiro a spiccare il volo”. Il superomismo non mi piace naturalmente, per questo il mio pezzo non vuole essere l’autocelebrazione di una vittoria, per quanto l’onore di transitare per primo sul traguardo della Brescia Art Half Marathon internazionale mi abbia gratificato moltissimo…
Voglio giocare con la mia esperienza di domenica scorsa per descrivere l’emozione e condividerla… Un’amica mi ha chiesto cosa si prova a tagliare il traguardo per primi. La domanda mi ha costretto a cercare dentro di me una risposta. Non certo la risposta epidermica, quella legata alla soddisfazione agonistica o alle endorfine della cavalcata solitaria o all’adrenalina della volata vincente. Senz’altro la risposta di pancia-cuore-cervello.
Mille volte mi sono interrogato sul significato della competizione in sé: spesso mi sono riscoperto a pensare che l’agonismo sia una forma di prevaricazione sull’avversario, come fosse una battaglia trasferita dal campo alla strada e con le armi del podista in vece di affilate alabarde…Ma una volta realizzato che vincere e perdere sono in fondo due aspetti del nostro essere umani, che da entrambe le possibilità si ricavano lezioni e si conservano stimoli emotivi, ho superato le remore legate all’essere fortemente combattivo in gara! Scelgo di essere combattivo e leale nella sfida con me stesso e con l’avversario.
Agguantare una vittoria dà la possibilità di condensare in pochi istanti molte emozioni e pensieri… perchè la corsa è uno sport crudele, non hai vinto finchè non hai tagliato davvero il traguardo! Basta un acciacchino a vanificare in pochi minuti un vantaggio anche di moltissimi metri costruito in molte miglia…

Chiudo gli occhi e torno agli ultimi 200 metri di Brescia. Istanti fuggevoli in sequenza frenetica…
Ho dimenticato la maglia sociale nella nuova dimora pavese e sfoggio una maglietta giallo paperella targata “yoga X runners”. Penso alla maestra di yoga Tite che sarà contentissima di vedere la sua filosofia sportiva sbandierata in diretta TV..
Il cartello del km 42, mancano meno di 200 metri! Sto andando a tutta, allo stremo delle forze! Ma – partendo dal presupposto che sono un individuo libero di scegliere e in pieno possesso delle facoltà intellettuali – mi ripeto il mio “mantra privato” delle ultime settimane: “se non avessi voluto faticare, avrei scelto un altro sport…”. E di fatiche ne sto facendo moltissime: tutti i giorni stringo i denti, mancano meno di cinque settimane alla maratona e… stavolta si spara una cartuccia buona!
Sono nell’ombra, lungo i portici di via Dieci Giornate, in salita. Intravedo uno squarcio di sole, è già Piazza della Loggia. Piazza inondata di sole e di atleti che hanno terminato la Brescia Ten (10 km agonistica). Camminare so camminare… correre sto correndo da un pezzo. Proviamo a volare. Sono sfinito ma apro le braccia e sbatto le ali. Per una frazione di secondo chiudo gli occhi. Ciao Max, anche oggi mi hai fatto compagnia. Nelle fatiche solitarie sei sempre qui…
Curva a sinistra, le ali sono ancora aperte, il sole mi bacia e la fatica se n’è già andata… facce amiche, compagni di chilometri, atleti che alleno… Riconosco alcuni: il gruppo del Brescia Marathon con Mauro e Samu “in testa”, vedo papà e mamma, scorgo Barbara che poi mi rivolgerà uno dei complimenti più belli che mi siano mai stati fatti… poi Pino Portone amico e giudice/presidente della FIDAL bresciana…

Per qualche secondo torno al traguardo dello scorso anno, terzo in maratona, sotto la pioggia… Si ripercorre un anno di vita. Ma era già un’altra vita. Ora si guarda avanti, si progetta e si sogna, sempre di corsa… perchè – che ci crediate o no – ciascuno di noi ha il diritto di provare a volare! Occorrono coraggio, fame, un pizzico di follia e una manciata di realismo. Magari anche una bacchetta magica…
Io provo; cado spesso perchè non ho ali abbastanza forti, ma oso. Non è una missione impossibile, né una magnifica perdita di tempo. E’ il piacere di cogliere l’attimo, senza essere anonimi o indifferenti. Celebrare ogni momento importante per quello che è! Importante per noi, gioioso o meno, ma una tappa del nostro cammino. Della nostra corsa. Del nostro volo.
Maxiclassifica Maratona 2011: un approdo non convenzionale…
Tra le foto di Ruggero Pertile e Anna Incerti spunta a tutta pagina un “non-campione”. Nella classifica annuale per tempi risulto 25° in una popolazione di 35’000 e rotti maratoneti italiani. Non male, ma non un campione fatto e finito…
Allora perchè hanno scelto il mio arrivo della Brescia Art Marathon come “copertina” della sezione dei risultati maschili?
Forse perchè ho una capacità – e stavolta non pecco di modestia ahimé… – che pochi hanno: ho imparato a strappare la gioia ai giorni presenti e a lasciare che le mie emozioni traspaiano dal mio volto e dai miei gesti. Perchè limitarsi nella gioia e nel dolore? Non c’è una ragione valida per non esultare per una conquista né ve n’è una per non essere rattristati da una delusione…
Non vi sono ragioni per non ridere quando si è felici né per non piangere quando si è affranti.
A meno che non si voglia piangere di felicità… Quello che accadde a me quel 13 marzo 2011, la fatica di essermi restituito alla maratona.
Con tutto il corpo.
Con tutto il mio alito vitale.
Con tutta la spazialità della mia mente
Brescia, in my shoes…
Mi hanno sempre insegnato che – se non sei keniano – l’unica cosa di cui hai bisogno per correre sono un buon paio di scarpe. Se il resto dell’abbigliamento non è adeguato o “tecnico” non è molto importante, ma se le scarpe non sono quelle adatte sono guai…
Dalle banali vesciche a serie tendiniti passando per fasciti plantari piuttosto che dolori al collo del piede, la gamma degli acciacchi delle leve del podista è vasta…
Ho sempre dato importanza alla calzatura: da giovane il marchio di grido mi sembrava garanzia di qualità, poi pian piano ho scoperto che anche i “big” dell’abbigliamento sportivo fanno prodotti scadenti… Pian piano ho imparato a guardare meno colori e tecnologie applicate alla scarpa e a “sentire” la calzata, la rullata, la rigidità o la morbidezza, le proprietà di torsione e la capacità di supporto e ammortizzazione…
La scarpa da running è diventato il mio strumento di lavoro, in un certo senso.
Poi è venuta la scoperta del mondo del lavoro, quello classicamente definito dalle norme che regolano la produzione, quello su cui si regge la repubblica italiana ex art. 1 della carta costituzionale, quello che mette il pane in tavola alle famiglie…
E ho scoperto le scarpe “da lavoro”. Non le superleggere per le ripetute, ma le rinforzate per andare in officina. E mi sono trovato a vestire due scarpe da lavoro nella stessa settimana: ieri le “Sorpasso” con cuciture arancioni e puntale in acciaio al controllo di qualità in Pedrotti Meccanica, domani le Saucony Mirage nella Maratona di Brescia.
Domani è quasi un nuovo esordio sui 42,195km. Vado senza grandi aspettative, solo con la voglia di godermi ogni metro e di farlo – per una volta – nella mia città. Se poi arriverà un risultato soddisfacente tanto meglio!
A novembre fu un deludente 2h33’02” a New York che m’indusse a mettere la parola fine sulla maratona. Oggi è una nuova vita e la maratona è rientrata dalla porta principale. Ripartiamo da qui, da un paio di scarpe e un po’ di cocciutaggine.
Come diceva Jesse Owens: “Amo correre, è una cosa che puoi fare contando sulle tue sole forze. Sui tuoi piedi e sul coraggio dei tuoi polmoni”.
Da New York a New York
Da un lato ci sono soddisfazioni agonistiche, vittorie e cronometro. Dall’altro ci sono possibilità di viaggiare e di dare un significato extra-agonistico alla propria attività. Si carpiscono lezioni straordinarie e si comprende la relatività delle azioni umane in contesti diversi. New York è stata una maratona ad ottimo livello ma anche una dieci giorni di esplorazione della metropoli e degli stili di vita: dai grattacieli gelidi di Manhattan alla cui ombra s’ingrossano sacche di povertà ed emarginazione ai quartieri “malfamati” del Bronx o Harlem dove non c’è benessere ma si respira solidarietà.Sulla stampa per NYCM 2009
Ritagliarsi uno spazio nell’informazione sportiva di fede calcistica è sempre difficile, tuttavia certi eventi di appeal mediatico importante, come la Maratona di New York nel mio caso, garantiscono ancora un minimo di visibilità e la possibilità di sopravvivenza sulla carta stampata dell’atletica, “Regina degli Sport” ma bistrattata come immagine e come pratica (nelle scuole in primis).
Ecco quello che ho saputo ricavare lo scorso anno, correvo per un glorioso team piemontese (Co-Ver Mapei) ma ho sempre mantenuto un certo attaccamento per il mio territorio di riferimento (Brescia, oggi infatti corro per l’Atl. Gavardo ’90) e per la mia città d’adozione per ragioni di studio e sportive (Pavia con la sua università e il Centro Universitario Sportivo, i cui colori ho vestito per alcuni anni).
Cliccate sulle immagini per una visualizzazione a misura di lettore!
Dal “Bresciaoggi”:
Dal “Giornale di Brescia”:
Da “La Provincia Pavese”:
Da “La Voce del Popolo”:












