Browsing articles tagged with " corsa"

Con Tito Tiberti un blog pronto a partire … di corsa!

mag 15, 2014   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Letto su Valtrompianews (di Redazione)

20140515-101855.jpg

Si allargano ancora le tematiche coperte dai bloggers di Valtrompianews, che a breve vedrà unirsi alla sua squadra anche il 33enne corridore Tito Tiberti.

[…omissis…] potremo ascoltarne i consigli qui all’interno del blog di prossima partenza qui su Valtrompianews: “TT: Training Tips”.

Alcuni consigli d’allenamento che Tito Tiberti dividerà in sottorubriche di tre ordini e che lui stesso ci spiega.

1. TipTaps, ossia quei colpetti che derivano onomatopeicamente dal verbo ingles ‘to tap’ ossia colpire leggermente/bussare e che definisce anche il gesto di stoppare il cronometro: brevi commenti, sensazioni, frasi a effetto.

2. TodosTiempos: consigli per tutte le tipologie di runners/camminatori dai più svelti ai meno veloci.

3.TornadoTriumplini: cronache/interviste/brevi news legate alla corsa made in Valtrompia.

“TT: Training Tips” sta dunque per arrivare. E arriverà … di corsa!

One like No-One: una staffetta per Giulia

set 26, 2012   //   by admin   //   Blog  //  1 Comment

Tutte le volte che esco a correre mi racconto una bugia. Mi dico che corro per me stesso, che son le mie gambe e nient’altro che mi portano a centrare o mancare un obiettivo. Mi racconto la favola della corsa come sport solitario e individuale.Ma è un inganno: ogni runner ha la sua storia molto “singolare” ma ogni corsa non è un esercizio ascetico nel vuoto ambientale e di pensiero.

Giulia CeresetoNon siamo mai soli. Ci accompagnano le persone. Ci accompagnano i pensieri. Scegliamo di accompagnarci a pensieri sulle persone.Ci sono il concetto e il desiderio di compagnia. Abbiamo o vogliamo avere qualcuno accanto, qualcuno che amiamo. A volte la persona che più amiamo non può stringerci la mano ma è lì – angioletto filmico – ad affollare i nostri pensieri ed a tenerci la mano nel cammino della vita…

Per qualcuno c’è sempre Giulia: Giulia Cereseto cui il GSC Sant’Olcese dedica una bella staffetta per il 2° memorial. Giulia è il pensiero di mamma Stefania e papà Franco… io voglio rendere omaggio a una bella iniziativa degli amici di Sant’Olcese e invito tutti a diffondere questo mio pezzo e soprattutto ad aderire alla staffetta con una squadra e con tanto entusiasmo… ma di Giulia lascio che siano le parole dei genitori a parlare:

Giulia aveva 4 anni e mezzo, una gran voglia di vivere, giocare e sorridere ad ogni novità. Non conosceva l’odio, l’invidia e l’egoismo. Il 23 dicembre 2009, dopo una visita per un banale disturbo agli occhi ed uno stato di leggero malessere generale, le hanno diagnosticato una delle forme più aggressive di tumore: glioma intrinseco infiltrante diffuso al tronco encefalico. Il male era in stato così avanzato che non è stato possibile alcun intervento chirurgico né cura di sorta. Ha lottato per vivere, sofferto, pianto ma ha anche tanto amato e sorriso nei mesi di malattia. E’ nata al cielo il 5 aprile 2010. Non potremo mai dimenticare tutto ciò che la piccola Giulia ci ha insegnato nella sua purezza e solarità e il mondo che, dal dicembre 2009, abbiamo, nostro malgrado, scoperto nei reparti di oncologia pediatrici. I tumori infantili, purtroppo, sono una realtà più frequente di quanto si immagini e troppo spesso la tragedia della malattia è accompagnata da disagi legati alla lontananza da casa per poter sottoporre i piccoli alle cure necessarie, da difficoltà economiche della famiglia, da esigenze di reperire un alloggio. A.B.E.O. Liguria Onlus da molti anni è attiva in favore delle famiglie dei bambini oncologici ed emopatici. Cerchiamo, tutti insieme, di ricordare Giulia con un gesto di solidarietà per aiutare tutti i piccoli che ogni giorno lottano e soffrono e per le loro famiglie che si disperano e sperano”.

Appuntamento per il 7 ottobre presso il bellissimo Parco Villa Serra in fraz. Manesseno di Sant’Olcese, provincia di Genova.

Ritrovo dalle ore 8.00;

Corsa di 1 km per i più piccoli (dai baby agli under 14) alle ore 10.00;

Staffette 3×1500 metri dalle ore 10.30 (per compagini femminili, maschili e miste).

ISCRIZIONE A OFFERTA LIBERA PER GRANDI E PICCOLI!L’intero ricavato della manifestazione verrà donato ad A.B.E.O. Liguria ONLUS (L’Associazione Bambino Emopatico Oncologico è una associazione no profit di genitori di bambini affetti da patologie oncoematologiche in cura presso l’ospedale Gaslini ed ha come finalità sostenere progetti di ricerca, finanziare la formazione degli operatori e donare attrezzature ed arredi).

Siate uno come nessun altro, portate Giulia con voi per una mattinata di corsa e solidarietà! Ci vediamo a Villa Serra, ok? Non mancare!

Ancora nelle parole di Stefania e Franco, leggiamo le ragioni di una gara speciale:

La staffetta è una gara in memoria di una bambina di soli quattro anni, un vuoto immenso che niente e nessuno potrà mai colmare. Con questa gara la famiglia e tutti gli amici di Giulia vogliono semplicemente ricordare il suo splendido viso sorridente, e provare a sensibilizzare un po’ più di persone su certe realtà che purtroppo ci circondano. Il mondo del podismo è sano, pulito e pieno di sani principi: il messaggio non cadrà sicuramente a vuoto. È stato bello vedere il tamtam mediatico e la solidarietà di molte aziende pronte a dare il loro contributo. Il GSC e tutta la famiglia di Giulia ha fatto e sta facendo il possibile per onorare al meglio il suo ricordo: adesso tocca a VOI!! Aspettiamo runners da prima fila, tapascioni domenicali e anche chi non ha mai corso in vita sua. Attendiamo bambini gioiosi, pronti ad indossare la maglietta di Giulia come un trofeo prezioso. Dimostriamo che la solidarietà esiste ancora!
Tutte le info su www.gscsantolcese.com

Rego-lamenti: corse su strada, partecipazione e premi in denaro…

gen 12, 2012   //   by admin   //   Blog  //  2 Comments

Un Paese aspira legittimamente a salvaguardare il proprio patrimonio di talenti, in ogni campo della vita associata: in particolare sono i talenti nel novero dei lavoratori della conoscenza e degli atleti a dover essere salvaguardati. Si cresce in un sistema educativo e sportivo, portando una bandiera e una croce, e da “adulti” si dovrebbe poter restituire al sistema l’investimento che lo stesso ha fatto sui propri “cervelli” e “muscoli”.

Nei diversi ambiti molte sono le strategie adottabili, tuttavia spesso si fraintende la protezione del patrimonio con forme di protezionismo miopi se non dannose e controproducenti.

Leggevo i nuovi regolamenti per l’attività 2012 emanati dalla FIDAL, Federazione Italiana di Atletica Leggera.

E inorridivo.

La volontà – presumo – di tutelare gli atleti italiani ha travalicato i limiti del buonsenso e si è tradotta in norme mostruosamente restrittive per lo svolgimento dell’attività agonistica da parte degli atleti stranieri. Certo, nell’Italia della “Bossi-Fini” non c’è nulla di cui stupirsi, ma negli articoli attuativi FIDAL non è difficile equivocare e ravvisare ombre di “razzismo sportivo”.

Sintetizzo i comma 3 e 6 dell’articolo 7 delle Norme per l’Organizzazione delle Manifestazioni (clicca qui per scaricarle) relativi alle sole “corse su strada”:

  • Gare di livello regionale: partecipazione consentita a tutti gli italiani tesserati FIDAL e agli stranieri (comunitari ed extracomunitari) tesserati FIDAL per una società regionale. Eventuale montepremi in denaro ai soli atleti italiani tesserati FIDAL.
  • Gare di livello nazionale: partecipazione consentita a tutti gli italiani e stranieri tesserati FIDAL. Eventuale montepremi in denaro conferibile a italiani e comunitari e ad un massimo di tre (3) extracomunitari.
  • Gare di livello internazionale: partecipazione consentita a tutti gli atleti tesserati per una Federazione di Atletica affiliata alla IAAF. Eventuale montepremi in denaro erogabile a tutti i tesserati partecipanti.

Premesso che il 99% delle competizioni internazionali organizzate in Italia non sono conformi al criterio qualitativo previsto dall’art. 7.4 e che il Gruppo di Lavoro “Monitoraggio delle Manifestazioni” di fatto non esiste (o se esiste non opera, che forse è persino peggio!), le tre fattispecie sopra descritte configurano scenari di assoluta confusione e conflittualità (mentre per esempio Corsa in montagna e Cross sono regolati per l’erogazione di premi in denaro da un incomprensibile genericissimo rimando alle regole della IAAF e della Stato Italiano ex art. 8.3).

 

Punto primo: CONFUSIONE

  1. trovo ingiusto e deviante rispetto allo spirito di confronto agonistico ammettere un atleta in gara e privarlo degli stimoli della competizione, escludendolo dall’accesso al montepremi.
  2. L’atleta escluso dal montepremi, occupa comunque una posizione in classifica. Il montepremi per quella posizione si azzera (con risparmio dell’organizzatore) o scala al successivo classificato avente diritto ex lege FIDALis (genitivo maccaronico…)?
  3. È serio distinguere tra stranieri di serie A (comunitari) e di serie B (extracomunitari)? E – ironicamente – nei corsi di aggiornamento per il Gruppo Giudici Gara è previsto un modulo di geografia politica per far loro ripassare la lista degli stati aderenti all’UE?

 

Punto secondo: CONFLITTUALITA

  1. una differenziazione così netta fa bene alla vita associata degli atleti? Come reagirà “umoralmente” uno straniero che si sentisse bistrattato da norme così penalizzanti? C’è un alone di razzismo? Io mi auguro che non ci sia, credo profondamente nell’integrazione attraverso i canali dell’istruzione e dello sport, ma… non mi stupirei di dover sedare risse e litigi sui campi di gara.
  2. l’organizzatore che legga in chiave razzista le nuove norme, si sentirà mica implicitamente autorizzato a violarle? Ad aggirarle? A pensare a giri di “compensi e premi” sottobanco? Cosicché alla fine saranno magari gli atleti italiani a sentirsi maltrattati… e la conflittualità sarà ulteriormente accentuata.
  3. Ho vissuto da atleta – spesso con disappunto – l’ “invasione” di stranieri forti e incontrollati (anche dal punto di vista “DOPING”) nelle gare italiane di ogni livello. Spesso mi sono sentito derubato di montepremi o semplicemente di vittorie per via di regole strapazzate a piacimento degli organizzatori e con la connivenza di alcuni giudici. Ma siamo sicuri che sia questa la strada per rimediare? Io non credo. Preferirei tornare ad essere derubato della vittoria di Alessandria del 2010, piuttosto che dovermi vergognare della mia italianità di fronte a ragazzi stranieri più forti di me cui viene negata una giusta remunerazione dello sforzo fatto… E’ pur vero che il regolamento è noto prima della gara e che un atleta può accettare il rischio di tornare a casa con le pive nelle sacche, ma… si possono senz’altro trovare soluzioni migliori e soprattutto più EQUE.

Cara FIDAL, continuo a credere nelle possibilità dell’atletica italiana di risollevarsi, di cogliere nuovi successi, di crescere anche con italiani di pelle scura o olivastra o rossastra o gialla o…

Cara FIDAL, continuo a sperare che la maglia azzurra sia vestita con onore a prescindere che ci si chiami Carlo, Salvatore, Jorge o Muhammad…

Cara FIDAL, sventolerò la bandiera per una medaglia della nostra bella quattrocentista cubana, già lo feci per Fiona May…

Cara FIDAL, porterò la croce di regole sbagliate e correrò con le mie gambe ispirandomi alle imprese di Stefano Baldini, ma…

 

…bisogna voltare pagina.

…bisogna ricordarsi che le regole non sono meri tratti di penna su un foglio e che hanno esiti dannatamente pratici.

…bisogna sapere che un burocrate d’ufficio non deve decidere per l’uomo che la vita la vive sulla strada.

Strada e uffici, vita vera e virtuale, sono due mondi che di fatto non si toccano. Si cerchi la cooperazione dell’uomo della strada, si ragioni sulle sue esigenze, sui fatti concreti, sui problemi che ogni domenica di gare ci racconta…

E soprattutto, la si faccia finita con la ricerca spasmodica di alibi per il fallimento della nostra atletica. Per ripartire ci vogliono scelte coraggiose, uomini nuovi e scarpe consumate dall’attività sperimentata con “la forza dei propri piedi e il coraggio dei propri polmoni”.

Ogni maratona, una vita…

mar 8, 2011   //   by admin   //   Blog  //  1 Comment
L’autobiografia è qualcosa che in fondo mi ripugna, trovo dannatamente banale e povero scrivere di sé. Lo trovo anche presuntuoso: siamo sei miliardi e rotti e nulla che io possa possedere (qualità fisiche o morali) mi rende particolarmente speciale. Non c’è merito nell’essere al mondo, ci siamo perché una donna ci ha portati in grembo e poi ha avuto la compiacenza di partorirci con dolore. Naturalmente sono infinitamente grato a mia madre per avermi messo al mondo e ai miei genitori per avermi cresciuto dandomi notevoli opportunità di sviluppo, oltre al vitto in tavola ogni giorno.
Lunga strada (grazie al fotografo)
Mi ripugna scrivere di me, ma lo faccio lo stesso, ammetto di essere presuntuoso. D’altra parte è una pratica non diversa da quella delle persone che si dichiarano paralizzate dalla timidezza un minuto prima di spiattellare in diretta TV i propri segreti più sordidi a beneficio di spettatori inebetiti. Scrivere mi aiuta a ripensarmi come uomo, mi aiuta a rileggere la mia vita e a cercare di essere migliore. Anche se nessuno ricorderà di me; anche se un bel giorno tornerò polvere. Come nella migliore tradizione delle frasi fatte di “saggezza” popolare, dico: “vorrei finire facendo ciò che mi piace di più”. Per Berlusconi sembra chiaro, ormai, in che circostanza vorrebbe finire. Per me probabilmente sarebbe correndo una maratona.
Le cose finiscono o si fanno finire: per me finiscono alla fine di una lunga corsa. E’ metaforico e doloroso. Si fatica, si porta il fardello, si taglia un traguardo (parziale) ed infine si cede esausti. Il dolore fisico camuffa quello interiore. Ogni volta si raggiunge la fine della strada. Alla fine della strada si può essere ogni volta più ricchi e migliori. Oppure alla fine della strada si è ogni volta più poveri, si muore un po’. Ogni volta si impara a conoscersi e a sopportarsi. Ogni volta se ne esce con una decisione definitiva per poi scoprire di aver mentito a se stessi. Ogni volta si può imparare e diventare migliori, pur morendo un po’. Ogni volta…
Ogni maratona…
Era Roma 2005, nella città eterna: dopo anni martoriati da infortuni vinsi la mia sfida esordendo in maratona. L’entusiasmo mi aveva portato ai 42km. Era la vita dello studente con il pugno sinistro alzato, del non dormire mai, del sacrificare tutto ad un’idea, dello spendere ogni stilla di energia e non crollare mai. Era la vita del caffè a secchi a tutte le ore, erano le lezioni al mattino, una piadina a mezzodì, un allenamento massacrante alle 14, alle 17 una riunione, alle 19 un incontro pubblico, alle 21 una conferenza, alle 23.30 si cominciava a studiare, alle 3 a letto, alle 7 di nuovo in piedi a studiare e alle 9 a lezione.
Era UNA vita.
Era New York 2010, un’ALTRA vita: quella dell’atleta che aveva rinunciato all’idea del professionismo, quella della competizione con se stesso e non con l’avversario, quella della disillusione. Quella dell’addio alla maratona.
Nel mezzo altre MARATONE e altre VITE. Nel mezzo il tentativo del professionismo e la mia migliore annata sportiva, sebbene arida di pensieri: 1h06′ più volte in mezza, 30’21 nei 10000 al sabato sera e 1h07.20 in mezza solo 14 ore dopo. Carichi di lavoro impressionanti traghettavano un logorio silenzioso, sottilmente interiore, che erodeva sia l’integrità fisica sia il patrimonio di cultura e idee. Lo sportivo professionista spesso è capra, a volte si redime e diventa bue, raramente diventa/torna uomo… Era il 2008 del ritiro a Sestriere quando le mie gambe facevano tutto quello che la testa chiedeva loro. Tanto feci che le mie gambe si ribellarono e non corsi la maratona, seriamente infortunato.
James Russell Lowell scriveva che “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”. In linea di principio sono d’accordo al 50%, non ho visto morti cambiare idea. Di stupidi ne ho visto almeno uno (autoironia?): uno che a fine 2010 – presuntuosamente – ha rilasciato un’intervista per annunciare il proprio “basta” alla maratona e che domenica prossima invece farà 42,195 km. Senza ansia o patemi, con nel cuore una sfida e una spada e la consapevolezza che morirà un po’, transitando a un’ALTRA VITA…

370 giorni…

nov 3, 2010   //   by admin   //   Blog  //  No Comments
Bedizzole e la strada per New York
10 ottobre 2010, Maratonina BedizzoleIl percorso che porta a correre una grande maratona passa spesso per una prova-test sulla mezza distanza. Io adoro muovermi in altre città per gareggiare e unire alla vicenda atletica quella di viaggio: non mi piace la mentalità dell’atletica “provinciale”, preferisco fare esperienze alte anche se diventa più difficile raccogliere successi di fronte ad avversari fortissimi. Bedizzole però, come alcune altre manifestazioni nel Bresciano, offre l’opportunità di gareggiare ad alto livello pur restando vicino casa e una gita al Lago di Garda è sempre gradevole. Ho scelto di mettermi alla prova nella “5 Castelli” di Bedizzole anche perché il percorso molto collinare ricalca il profilo altimetrico degli ultimi chilometri della New York City Marathon, quelli nel famoso Central Park, dove il 7 novembre voglio essere protagonista. Purtroppo a Bedizzole è stata una giornata “no”, ma non mi faccio scoraggiare: so che mi sto preparando con scrupolo e duramente e che la stanchezza ogni tanto gioca brutti scherzi.
Successi dell’anno e infortuni
Tito Tiberti: 26 settembre 2010, StraluganoVenivo da una serie di infortuni traumatici (caviglie) che hanno reso difficoltoso il mio 2009 atletico; nel finale di stagione mi ero risollevato con due maratone a buon livello (26° a Berlino, 40’000 partenti, e 37° a New York, 42’000 partenti). In entrambe i casi però il tempo finale (2h24′ e 2h26′) era stato appesantito dalla mancanza di fondo, di lunghi mesi dedicati espressamente alla maratona. Poi problemi di schiena mi hanno limitato nella preparazione invernale, ma da marzo 2010 gli eventi si sono incanalati nella giusta direzione: ho corso una mezza maratona a Prato in 1h06’55”, che è il miglior tempo lombardo fino ad oggi; mi sono confermato miglior lombardo nei Campionati Italiani di Maratonina sul percorso di casa a Polpenazze, dove sono stato 14° in chiave azzurra; ho vinto tutti i giri a tappe che ho disputato (Tour Laghi e Tovel Running in Trentino a giugno e – recentemente – Le Colline di Napoli); a metà settembre ho disputato un buon test sui 30km nella StraLugano internazionale, dove sono stato il miglior europeo al traguardo (5° classificato).
Viaggio
La corsa per me non è mai stata solo “coprire una data distanza nel minor tempo possibile”. Ho sempre cercato di dare alla mia attività un significato che andasse al di là dell’agonismo tout-court. Scelgo le gare perché si collocano bene nel mio percorso atletico, ma anche in base al luogo di svolgimento; cerco di conciliare la competizione con l’esperienza umana: il viaggio e la visita di luoghi nuovi e spesso ameni lasciano un’impronta nel carattere e la voglia di tornare a muoversi, mettersi in discussione e condividere racconti di vita vissuta. Ci sono poi certi siti di una tale bellezza naturalistica da rendere indimenticabile una competizione, immagini che restano negli occhi e nel cuore e che cancellano la fatica. La fatica stessa porta con sé un’importante lezione di vita.
Maratona di New York
Il 7 novembre prossimo saranno passati 370 giorni dal mio debutto nella maratona della Grande Mela. Lo scorso anno fu un’esperienza irripetibile: andai con grosse ambizioni agonistiche e da solo, poiché il mio compagno di viaggio designato s’infortunò a poche settimane dalla partenza. Poi a New York ebbi modo di conoscere molti uomini (esseri umani) ed atleti, ciascuno con la propria storia e con qualcosa da insegnare. Torno per l’edizione 2010 con le stesse ambizioni agonistiche, ma conoscendo il percorso e avendo assaporato il clima di una delle gare più prestigiose al mondo. Io non rimasi soddisfatto dal mio 37° posto perché so che posso legittimamente ambire ai primi 20 posti, ma scoprire che dietro di me c’erano oltre 40’000 storie è qualcosa di estremamente gratificante. Anche leggere, miglio dopo miglio, i volti delle migliaia di persone assiepate sul percorso a fare il tifo per tutti è qualcosa di unico, che nella vita di una persona non dovrebbe mancare. Fred Lebow, “mitico” allenatore e ideatore della maratona di New York, lo aveva capito e scrisse: “Un qualsiasi corridore non può sognare di diventare campione olimpico, ma può sognare di portare a termine una maratona”.
Sfogliando il mio diario di viaggio, leggo: “New York non è un luogo, è un’aspirazione. E’ la città moderna, è la città senza storia. E’ la maratona. E’ Ground Zero? E’ la capitale “morale” del mondo occidentale? Forse La Mecca dei tecnocrati. Io ci andrò per capire. Intanto continuo a correre la mia vita”.
La fatica
Faticare è un modo per mettersi alla prova, per avvicinarsi ai propri limiti e per conoscere il proprio corpo e la caparbietà della propria mente. Si corre con le gambe, ma anche con la “testa”. La fatica, specie se condivisa con qualcuno, insegna a rispettare il lavoro altrui e a solidarizzare, fa assaggiare un pizzico di sofferenza cui culturalmente non siamo più abituati, dà il tempo per riflettere su noi stessi e sulle nostre azioni per collocarci in maniera appropriata nel mondo. Certo, sono lezioni che non s’imparano finché corriamo solo per battere l’avversario. Quando si è invece sereni con se stessi, si trova lo spazio per trarre soddisfazioni diverse dalla corsa: la sfida è principalmente contro se stessi, la lotta con l’avversario diventa una componente importante ma ludica, dopo il traguardo c’è sempre un sorriso…
C’è il desiderio di dare un senso sociale alla propria attività, sfruttare la propria immagine – per quanto valga poco in un mondo sportivo dominato dal calcio, anche a livelli infimi – per veicolare un messaggio. Per questo motivo, ora che sto cercando supporto per la mia prossima esperienza nella Maratona di New York, comunico a tutti i potenziali sponsor l’intenzione di donare parte dei proventi a favore di iniziative a carattere umanitario. Sulla mia maglia a New York ci sarà: “I run for Amani”: Amani è un’associazione, ma anche la parola “pace” in kiswahili.

Quote #8

I like running because it's a challenge. If you run hard, there's the pain -and you've got to work your way through the pain. You know, lately it seems all you hear is 'Don't overdo it' and 'Don't push yourself.' Well, I think that's a lot of bull. If you push the human body, it will respond. (Bob Clarke)