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Entering a book for the very first time…

gen 31, 2015   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Maratona! My friendNon lo so, a me i libri fanno paura. Li leggo, li divoro e li dimentico. Spesso prendo un libro, ne leggo un 70% e lo abbandono, anche se è magnifico… Magnifici sono quei libri scritti bene, coerenti e pieni di valori ragionati. Amo scrivere, è colpa della maestra Edda e della professoressa Solazzo. Qualcuno sostiene che dovrei dedicarmi alla scrittura per mestiere, ma non lo faccio. I libri mi fanno paura e il giornalismo è un mostro mangia persone: conosco pochissimi giornalisti che scrivono davvero bene (Anna. Michi…) e mi addolora che debbano lottare al ribasso con armate di illetterati che riescono a sputare quotidianamente tonnellate di parole senza etica umana e professionale.

Però in un libro ci sono entrato, con la mia penna. Ho scritto una breve prefazione, l’ho scritta per Luigi che è un amico e non è uno scrittore. E’ un ragazzo che si appassiona per qualcosa e per indole estroversa vuole raccontare. “Gigio” non è uno scrittore, non mette tutte le virgole e le virgolette al posto giusto, non ha il vocabolario di Umberto Eco né la poesia di Gustave Flaubert. Però si mette a nudo senza paura e scrive con un suo stile colloquiale ma gradevole. Il coraggio va premiato: ha avuto l’ardire di correre la maratona, dopo aver giurato per anni – anni da onestissimo mezzofondista – che non lo avrebbe mai fatto. E si è divertito! Eccovi il “re nudo di maratona” Luigi Del Buono e la preview della prefazione. Buona lettura.

Cliccando qui o sull’immagine si accede alla pagina Amazon del libro, per ora disponibile in formato e-book. Ed ecco la prefazione…

 

Il racconto di una maratona non può essere un libro. È quantomeno un percorso emotivo. La cronaca delle migliaia di miglia che un fondista ha già percorso prima dell’avventura olimpica per antonomasia non è un diario di allenamento. È piuttosto un taccuino di viaggio; sono le impressioni dell’artista settecentesco che percorreva il Grand Tour europeo; è il «Viaggio in Italia» dei Goethe della fatica.

Scrivere una pre-fazione, cioè dire qualcosa al lettore di un racconto di maratona, dirlo prima che egli s’introduca nel groviglio di mente e corpo dell’atleta che sceglie la maratona, è come preparare un paragrafo di avvertenze per l’uso: siate cauti e non pensate al maratoneta come ad un folle masochista che s’infligge quotidianamente la punizione della fatica fisica. Il maratoneta è tutt’altro: è qualcosa che nasce dopo due ore di solitudine “corsara”. È quel sorriso che si abbozza sul volto quando – dopo trenta e più chilometri di pensieri – i pensieri finiscono e resta solo una certezza: io ce la faccio, il mio corpo mi ha portato fin qui ma la mia “zucca dura” (alias la mia mente) mi può portare ovunque. Il traguardo dei 42’195 metri è solo una convenzione e il maratoneta scopre di essere oltre, unconventional.

Il maratoneta è un viaggiatore piuttosto coraggioso: sceglie una strada, sceglie anche un itinerario… eppure – strada facendo – scopre alternative affascinanti, scorci di paesaggi, angoli del proprio “io profondo” che non avrebbe conosciuto altrimenti. Tocca scomodare una penna sopraffina nei racconti di luoghi e geografie dell’anima: Robert Louis Stevenson confessava «Io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente il prurito della nostra vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentirsi sotto i piedi il granito del globo». Chi più del maratoneta sa cosa vuol dire decidere di alzarsi da un comodo divano di abitudini e calcare il terreno passo dopo passo?

Correre una maratona, beninteso, non è una scelta eroica. Il XXI secolo dell’epoca post-Wanjiru ci insegna che la maratona non fa male alla salute, nemmeno a quella del “giovane adulto” corridore: è una conquista alla portata di tutti, con adeguata preparazione, ciascuno al proprio passo.

Ogni maratona è diversa e ogni maratoneta è a suo modo un visionario. Luigi Del Buono regala la sua visione, apre il suo taccuino, svela il segreto dell’artista e in qualche modo apre il suo cuore d’atleta… Ogni uomo ha una propria weltanschauung (visione del mondo), poi corre una maratona e tutto cambia.
Scomodo anche Gesualdo Bufalino: «C’è chi viaggia per perdersi, c’è chi viaggia per trovarsi». Caro lettore, che viaggiatore sei? Quale maratona – tra metafora e realtà – correrai?

Venice Marathon: troppo tutto

ott 29, 2014   //   by admin   //   Blog  //  1 Comment

Ho corso un’altra maratona. Lasciamo perdere il fatto che non è andata come pensavo, come dicevano gli allenamenti e come – forse – meritavo. Per raccogliere i frutti del lavoro c’è tempo e gli stimoli non mi mancano!

Piazza San Marco 2014
Un’altra maratona era Venezia. Sono sempre 42,195km, il lunghissimo Ponte della Libertà controvento è stato fonte di grande sofferenza (beh, tutto il percorso era controvento), però… però il cielo era azzurro e splendeva il sole. Temevo i famosi 14 ponti sull’isola di Venezia e invece sono stati il momento più caratteristico e speciale della “mia” maratona. Entri sull’isola ed è un sogno, la fatica non c’è più… anzi c’è ed è devastante, ma non puoi non stupirti ed ammirare la tanta, troppa bellezza che ti gira intorno… troppa bellezza, troppo “tutto”! Senti l’istinto di provare – quasi pretendere – un’emozione intensa. Scappano due lacrime e un groppo ti chiude la gola.
Il mio piccolo shock emotivo l’avevo già avuto al Parco San Giuliano, con la mia atleta Giuly accorsa per tifarmi che mi ha intimato di finire la maratona (nel parco era terminata la mia prima esperienza veneziana nel 2010…). L’ho tranquillizzata a modo mio dicendole: “è un’avventura bellissima”.

Passi in Piazza San Marco e si riaccende tutto, si riaccende la passione e le gambe tornano a girare. Il finale, il mio finale, è insospettabilmente brillante. E divertente: rimonto atleti, ma la preoccupazione non è tanto guadagnare una posizione in classifica, quanto dare un cenno di incitamento ai compagni di corsa.

Ho preso solo la medaglia di partecipazione e son contento, pur sapendo che in una giornata agonisticamente normale avrei potuto entrare nei primi 6-7 al traguardo. È stata una defaillance, ma la migliore defaillance della mia carriera agonistica: il “Personal Worst” in carriera vissuto – anzi goduto – in gran serenità.
E poi ho avuto un premio straordinario: trovare al traguardo l’adorata nipotina Nerea e mio fratello. Sto invecchiando e la presenza degli affetti mi fa battere forte il cuore…

Tito e Nerea - Venice Marathon

Se scavassi un pozzo…

set 8, 2012   //   by admin   //   Blog  //  2 Comments

L’ho pensato! Ho pensato che dalla piazza del Sestriere per trovare l’acqua al livello del mare avrei dovuto trivellare 2035 metri in verticale, poi avrei dovuto spostarmi in orizzontale un migliaio di chilometri per raggiungere la mia spiaggia a Torre Borraco: 170 volte l’intera percorrenza del Sentiero Bordin!!!

L’ho ben consumato quel tratto di sterrato che taglia il costone della montagna sotto il monte Fraiteve, ho scavato un solco avanti e indietro per la Valle Argentera, ho forzato la mia macchinetta per andare a correre ai 2428m s.l.m. del Col Basset (in ottima compagnia, Opelina 4 posti 7 occupanti!), ho macinato tre cifre di giri in pista (a occhio – solo di ripetute – almeno 250 giri…)!

Col Basset, fondo lento verso l'AssiettaUn’intera estate dedicata alla Maratona, divinità “imprecisata” che popola le preghiere e le fantasie dei corridori… Costa fatica ma ripaga sempre: non è una divinità vendicatrice e crudele, non si fa beffe della piccolezza dell’uomo. Ti prepari e crei le premesse per una prestazione di un certo tipo, ma non c’è aritmetica certezza. Si può pronosticare un certo riscontro cronometrico, ma le variabili sono così tante e così poco governabili… Eppure finire una maratona ha sempre e comunque un elemento di soddisfazione.

E’ una conquista.

E’ un’emozione intima.

E’ uno sforzo liberatorio.

E’ un pianto dirotto.

Una maratona vale comunque la pena. Di essere corsa. Di essere allenata. Di essere sognata. Di essere conquistata. Di essere vinta o persa. Di aver rubato tempo ad occupazioni decisamente più usuali per l’essere umano (famiglia, lavoro, sonno, svaghi…). Il maratoneta non è un essere umano usuale: è uno che non cerca scorciatoie per arrivare dove sa di voler arrivare (e vuole arrivare lontano, 42195 metri reali e metaforici). E’ uno che sa stringere i denti e rilassare la mente quando nelle lunghe ore di corsa approfondisce i propri sentimenti, quando apprezza la percezione del bello e dell’amore che lo circondano…

Il maratoneta può essere un pazzo o un genio, un comico e  un giocoliere, un intellettual(oid)e o un filosofo, un agonista o un pacifista, un dieselone da campi arati o una moto da pista… Può essere tutti questi personaggi e mille altri. Può essere uno di essi o alcuni o molti o addirittura tutti. Un maratoneta tuttavia non può essere un “tipo banale”: una maratona ti dona la coscienza di essere speciale, eccezionale, ANORMALE, onesto e unico nella moltitudine di onesti! Un maratoneta disonesto non è un maratoneta, è un compagno che sbaglia (eufemisticamente)…

Nudo nella mia anormalità, sono uno sciocco maratoneta che immagina di scavare un pozzo e viaggiare fino al luogo di una gioia infantile incontaminata… Viaggio di fantasia e faccio girare le gambe; rinnovo il mio accordo con la vita e corro un’altra maratona; mi guardo in giro, prendo e dono un po’ di amore. “La vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia”…

Maxiclassifica Maratona 2011: un approdo non convenzionale…

feb 2, 2012   //   by admin   //   Blog  //  1 Comment

Tra le foto di Ruggero Pertile e Anna Incerti spunta a tutta pagina un “non-campione”. Nella classifica annuale per tempi risulto 25° in una popolazione di 35’000 e rotti maratoneti italiani. Non male, ma non un campione fatto e finito…

Allora perchè hanno scelto il mio arrivo della Brescia Art Marathon come “copertina” della sezione dei risultati maschili?

Maxiclassifa Correre Maratona 2011: uomini

Forse perchè ho una capacità – e stavolta non pecco di modestia ahimé… – che pochi hanno: ho imparato a strappare la gioia ai giorni presenti e a lasciare che le mie emozioni traspaiano dal mio volto e dai miei gesti. Perchè limitarsi nella gioia e nel dolore? Non c’è una ragione valida per non esultare per una conquista né ve n’è una per non essere rattristati da una delusione…
Non vi sono ragioni per non ridere quando si è felici né per non piangere quando si è affranti.

A meno che non si voglia piangere di felicità… Quello che accadde a me quel 13 marzo 2011, la fatica di essermi restituito alla maratona.

Con tutto il corpo.

Con tutto il mio alito vitale.

Con tutta la spazialità della mia mente

FF, FB, NY – anagrammatica della maratona contemporanea

nov 3, 2011   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Con contributo interno di Maurizio Lorenzini.

Francoforte, Facebook, New York. I mezzi di comunicazione sono così veloci che ci inducono ad esprimere idee prima di averle pensate… Questo più che un articolo è un racconto breve, arzigogolato a mo’ di flusso del pensiero. Uno stile poco ortodosso per un pezzo con pretese giornalistiche, un format curioso per non annoiare il lettore…

E’ lungo: condenso nella prima parte una sorta di riassunto dei concetti più rilevanti, i paragrafetti titolati invece raccontano di più. Diciamo che il pezzo ha un senso compiuto anche se non avrete la pazienza di leggere anche i suddetti “paragrafetti”.

Sono un discreto atleta e mi diletto di maratona; a 30 anni suonati il mio personale è fermo a 2h23’07” (Carpi 2006) ma sento di aver ancora qualche cartuccia da sparare… Dopo New York 2010 pensai di abbandonare la maratona, sconfortato da alcuni problemi muscolari. Poi un buon dietologo trovò la soluzione al mio problema di catabolismo proteico durante sforzi intensi e prolungati come la maratona: assumendo fonti proteiche durante lo sforzo limito il fatto che il mio organismo anziché consumare grassi si “mangi” tessuto muscolare.

16 ottobre 2011: Cremona, prima del viaCon rinnovata fiducia mi rimisi alla prova della maratona in primavera, inserendo dei lunghi nella preparazione dei cross e riuscendo a conquistare un buon terzo posto nella Brescia Art Marathon in 2h27′ e spicci, crono un po’ falsato dal maltempo… Poi vennero alcuni mesi difficili per ragioni lavorative e di stress psicofisico, infine arrivarono una ripresa verso fine estate e la scelta di preparare la maratona di New York. Volevo tornare sulla scena della disfatta, entrare a Central Park con gambe buone e chiudere in spinta, magari essere il miglior italiano in gara! Arrivò però anche l’invito come “elite” per Francoforte, in programma solo 7 giorni prima della NYCM. Che fare? Francoforte il 30 ottobre o New York il 6 novembre? Ho voglia di correre e il dilemma è presto risolto: mi faccio coraggio e decido di correre entrambe le competizioni. Ovviamente non è consigliabile correre due maratone a distanza temporale così ravvicinata, tuttavia rinunciare all’opportunità di correre su un percorso veloce come Francoforte mi sembra sbagliato e buttare all’aria il sogno di New York mi dispiace.

La doppia maratona, intesa come sforzo intenso è senz’altro un’imprudenza, probabilmente un’autentica sciocchezza, ma l’entusiasmo obnubila le mie conoscenze della teoria dell’allenamento (in cui anche il recupero fisico è un momento fondamentale). Per mia fortuna il mio premuroso tecnico (Fabrizio Anselmo) mi riporta nell’alveo del ragionevole, anche perchè non posso permettermi di dare il cattivo esempio ad alcuni amici amatori cui dispenso consigli.

Lo stato di forma è buono e decidiamo di provare a limare il personale a Francoforte. Domenica scorsa perciò mi sono schierato al via nella città tedesca e – nonostante un vistoso calo negli ultimi chilometri – ho concluso in 2h24’14”. Non è un nuovo primato personale, non rappresenta nemmeno un piazzamento di prestigio in una gara in cui il vincitore, il keniano Wilson Kipsang, ha sfiorato il record del mondo in 2h03’… ma è un ritorno su livelli “interessanti” per un italiano non professionista. È un rientro che mi proietta con fiducia sul 2012 e che mi lascia ben sperare per la New York City Marathon di domenica. Ovviamente non sarà possibile conseguire un risultato cronometricamente rilevante, anzi spremermi troppo sarebbe senz’altro controproducente; tuttavia rappresenterà un’esperienza di cui fare tesoro (come gestione dello sforzo e strategia di gara, o come capacità di leggere la gara e il mio stato fisico e decidere lucidamente il da farsi. Ma anche come fatto culturale non sarà un momento da scartare).

Di seguito approfondisco quanto scritto sopra, senza presunzione o personalismo, ma per il semplice gusto di condividere qualcosa per ragionare ad alta voce e apprendere dal confronto e dallo scambio di opinioni.
-10 ottobre 2011: Pavia, un allungo FB: FaceBook

Il 19 ottobre, quando finalmente sono sicuro dell’invito come “elite runner” a Francoforte, in programma il 30 ottobre, e quando già so che correrò a New York, previsto solo 7 giorni dopo, aggiorno il mio status su Facebook con una bella boutade dai toni tanto enfatici quanto “sbruffoni” (addirittura in terza persona e bilingue, in pieno stile faccialibro, come se all’atletica vera – professionistica e seguita dal grande pubblico – importasse qualcosa della mia programmazione agonistica)…

“Ok, suspence finita! Tito Tiberti fa un esperimento e correrà due maratone in 7 giorni: a Francoforte il 30 ottobre, da elite runner, e New York il 6 novembre, dove darà il 120% delle energie residue! Si accettano scommesse, d’altra parte vanto un credito con Central Park e quest’anno avrò gambe buone per il finale!!! Devo una dedica a una persona e non posso fallire :)
Suspence is over: gonna run 2 marathons in 7 days: elite runner in Frankfurt on 30th Oct. and “full of enthusiam” in New York on 6th Nov.! I’ll give 120% in NYCM, 120% of what’s left after a PB-hunting in Germany! Gotta dedicate the result to a special One, can’t fail :)”

In tempo reale sulla mia “bacheca” compaiono decine di “mi piace” e svariati commenti entusiastici: è facile scambiare una sciocchezza dal punto di visto tecnico (parliamo di atletica leggera) e sotto il profilo sanitario (è noto che i medici consiglino due maratone in 7 giorni…) per un’impresa eroica. In effetti la maratona è portatrice sana di eroismo: il solo fatto di essere in grado di portarla a termine è fonte di sempiterna autostima.

Non passa nemmeno un’ora che si fanno sentire anche gli scettici, più “riservati”, che mi contattano in privato. Un amico (Lorenzini, sei allo scoperto!) in particolare mi domanda se l’affermazione non mi sembrasse un po’ “fanatica”. Certo che lo è! Ho azzardato un’interpretazione calcistica del nostro sport… Se l’atletica occupasse più di un trafiletto sulla Gazzetta potrei essere una delle firme principali, considerando la mia capacità provocatoria, sensazionalista e (auto)ironica. L’intento (ben celato) era quello di sbeffeggiare chi riesce davvero a correre due maratone a tutta in sette giorni senza “schiattare”…
-30 ottobre 2011: BMW Frankfurt Marathon - appoggi

E’ vero, mi sono presentato al via a Francoforte e mi ripresenterò ai nastri di partenza newyorkesi, ma dubito che la seconda possa essere una prestazione che vada al di là della passeggiata turistica! A Francoforte invece qualche soddisfazione me la sono tolta. Ma racconto poco oltre, qui e ora mi preme sottolineare come sia facile lasciarsi prendere dall’entusiasmo e pensare di poter strafare. Con mezzi fisici “normali” (i miei, per esempio) e un buon allenamento si possono fare discreti risultati in maratona, ma non si possono fare miracoli. I miracoli li faceva quello che creò per 6 giorni e si riposò il settimo, non io che voglio riposarmi 6 giorni e faticare il settimo. Oppure li fa chi ricorre all’aiutino da casa (non da casa sua, da quella del farmacista!).

Avevo scambiato una scelta (atleticamente) suicida per un’avventura eroica, ma avevo dimenticato di non essere Captain America o James Dean…

Il mio onesto allenatore mi ha rimesso in riga, ricordandomi che magari con l’entusiasmo e la voglia di correre potrei anche correre decentemente a New York ma che poi ci vorrebbero mesi e mesi per recuperare (sempre ammesso che una doppia maratona non mi “scassi” qualche articolazione…). E siccome vado a NY a prendermi una parte di me lasciata tristemente lungo la 33^ strada due anni fa, non sento la necessità di essere eroico. Mi basta andare sapendo che non ho più paura dei 42km e che ho di nuovo una voglia gioiosa e infinita di correre…

David Grossman ha recentemente scritto: “Strana è la corsa, è stancante tanto da purificarti, e ti aiuta molto bene a collegare insieme le nascoste radici degli attimi, e quasi non si sa se sei tu che corri o se tutto scorre attorno a te in un lento movimento di giostra, paesi che hai già oltrepassato ecco ritornano a galleggiarti davanti nel buio”. Mi pare che correndo in controllo sugli stradoni della Grande Mela potrò cogliere meglio il panta rei cosmico ed apprezzarne la relatività dello scorrere rispetto al mio stesso essere in movimento!

FF: FrankFurt 2011

30 ottobre 2011: BMW Frankfurt Marathon - aeroplanino

Intanto Francoforte è fatta, mi aspettavo di ritoccare il personale, ma non ce l’ho fatta, eppure sono contento del mio 2h24’14”. Sono uscito con un pensiero, che esprimevo così a un amico, a mezzo FB: “DD, sai qual è la nuda e cruda verità che ci riporta coi piedi per terra? Che io son bravo ma il mondo è 20′ più avanti, che tu sei bravo ma io sono 20′ più avanti, che 20′-40′-60′-etc più indietro di te ci sono decine di migliaia di runner… Quindi l’unica cosa sensata da fare è godersi quel che viene, giocandosi onestamente le proprie carte nella sfida con se stessi… una sfida che dura tutta la vita e che rende ogni gara (ma la maratona di più) così intrigante e irrinunciabile!”

Ma anche con una sensazione piacevole, che esternavo via SMS grossomodo con questa formula (comprese abbreviazioni da digitazione cellulare): “D nuovo crampi alla fine,ma sn contento.Dovevo esserC e provarC.Avevo cuore nn gambe.Avevo1pensiero felice in testa.Grazie x il tifo,l’ho sentito ad ogni passo…O almeno l’ho voluto sentire:) ora piango1po’come alla fine d ogni maratona,perché cmq é una conquista!”. O su FB mi definivo: “emozionato più che soddisfatto. Avevo un pensiero felice in testa e l’ho portato con me tutta la maratona, poi l’ho incastonato nella medaglia e spero di non averlo consegnato al vento…”.
Archivio 2010 - Dedicata a Emma che è infortunata e non merita la sfortuna del momento...
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Ho corso da solo per 40,5 km., fatto anomalo per una gara molto affollata. Per 30 km sono stato regolarissimo: 33’33” al 10° km, 1h10’50” alla mezza, 1h40’54” al 30°km. Poi ho perso qualche colpo ma in realtà la strada verso il 35° km saliva un po’. È dal 35° al 40° che mi sono “afflosciato” su ritmi vicini ai 3’40”/km. Però la donna che avevo davanti si avvicinava, al 40° ho preso quel poco di coraggio che mi era rimasto e mi sono lanciato all’inseguimento: 3’24” per il 41° km, sarebbe arrivato un 2h23’30” e un posto nei primi 50. Ottimo, pensavo! Invece ogni maratona ha una storia a sé e, mentre non facevo nemmeno in tempo a pensare “dai!”, mi hanno preso crampi improvvisi ai bicipiti femorali ed ho zoppicato fino al traguardo coprendo gli ultimi 1200 metri in 4’55”. Nonostante questo ho superato di slancio una donna etiope che era evidentemente conciata peggio di me… Come al solito, ho potuto constatare che c’è sempre chi sta peggio (sebbene non sia necessariamente un pensiero consolatorio).


La città mi ha lasciato la piacevole sensazione di un agglomerato eterogeneo di culture, etnie e stili di vita: il centro storico è ammantato di antico, la parte più moderna è vetro&acciaio&stradoni: cantieri e gru sono ovunque al lavoro. La gara si snoda in entrambe le parti della capitale finanziaria tedesca, e anche in zone periferiche, più verdi, nonché sui vialoni lungo il Meno. È un tracciato scorrevole ma non banale: qualche leggero saliscendi, tratti un po’ più tortuosi, sampietrini… insomma, quel che serve per risvegliare le gambe quando si correrebbe il rischio di “addormentarsi” su velocità di crociera non elevatissime. La macchina organizzativa è perfetta, d’altra parte gli spazi della Fiera sono immensi e si prestano ad ospitare grossi eventi: il centro maratona è amplissimo e i servizi sono dislocati con logica praticità (ritiro pettorali, deposito borse, docce, massaggi, stand commerciali, servizi post-gara). L’arrivo nella “Festhalle” (un salone da concerti) è psichedelico ed esaltante, il transito al ristoro breve e perfettamente accessibile… Insomma, un modello organizzativo da imitare!

NY: New York (City Marathon)

6 novembre 2011: NYCM, km 15 circa (foto Bob Anderson) New York mi attende venerdì: con l’amico Teo approderemo nella Grande Mela con l’idea di goderci al meglio le opportunità che la metropoli ci offre, prima sportivamente poi turisticamente! È impossibile pensare a New York come a un viaggio-maratona e null’altro, consiglio di cuore a tutti i podisti di fare il possibile per potersi fermare qualche giorno dopo la maratona ed “assaggiare” un pezzo della città sull’acqua… Sul mio blog ho messo a beneficio di un’amica una specie di “quick guide” alla visita della città, ma è a disposizione di chiunque voglia spulciarla (http://www.titotiberti.it/girotondo-nella-grande-mela.html). Vado per mettere un piede davanti all’altro, vado a NY come amatore. Voglio vivere la maratona come uno che vada per correre in 5 ore e sperimentare tutta la trafila della giornata in maratona: dall’autobus prima dell’alba all’attesa estenuante a Fort Wadsworth, dalla colazione all’aperto al posizionamento in griglia, dai colori e costumi durante la corsa all’arrivo sotto gli occhi di Fred Lebow, dal godimento del tifo lungo il percorso alla fruizione dei ristori, dal ritiro della medaglia al recupero della propria borsa… Insomma, voglio tornare a casa ed essere in grado di raccontare agli amici tutte le fasi della NYCM!

Poi quale sarà il mio crono non lo posso sapere ora, sono stanchino e non si fanno previsioni in queste condizioni. Magari darò del filo da torcere ai campionissimi, più probabilmente dovrò fare i conti con gambe molli!

ML: Contributo di Maurizio Lorenzini

Correre le maratone: ma quante?

Ecco un dilemma che affligge e angustia molti maratoneti, quale è il limite di sopportazione o , se preferite, quello della ragionevolezza?

Esiste un club di supermaratoneti, gente che percorre 42,195 km venti, trenta, quaranta e più volte all’anno, altri che si pongono la domanda se la seconda o la terza nell’arco dello stesso anno siano una buona idea. Poi, meno male, ci sono quelli che non le corrono proprio e campano ugualmente bene.

Proprio nei giorni scorsi a Reggio Emilia si è corso quanto e quando si voleva, qualcuno forse avrà fatto il record di maratone in 10 giorni,i punti di vista di partecipanti e osservatori sono molteplici , spesso in forte contrapposizione tra loro.

Prima di sollevare discussioni sulle scelte, quindi 1-2-10-20 volte e così via, chiarisco subito che in questo piccolo contributo non intendo affrontare la problema del quanto, semmai curiosare, sia pure molto superficialmente, nella logica (?!?) delle scelte che si fanno, del rapporto amore-odio verso questa distanza.

Le scelte, come queste:

D:“ Leggo da qualche parte di un tuo possibile ritiro dalla maratona, onestamente, è vero oppure è solo un effetto onda lunga delle recenti delusioni?

R. E’ vero, è una decisione che mi costa fatica ma che ritengo necessaria per lo svolgimento di una vita “normale”.

Si tratta di un runner che avevo contattato tempo addietro, mi sembrava un buon esempio di linearità di pensiero, convinzione nelle scelte…mi sembrava. Ma ci torniamo dopo.

Un record personale lascia indubbiamente un bel ricordo e lo stimolo a riprovarci per fare ancora meglio; è lo stesso record personale che ci fa raccontare di una gara magnifica , perfettamente organizzata, misurazione precisissima, spesso molti di questi parametri non sono veritieri, ma guai a dirlo al maratoneta eccitato ed esaltato dalla sua performance. La “sua” maratona è la più bella del mondo.

Al contrario ci sono quelli che escono devastati dalla maratona, hanno mancato l’obiettivo e ciò genera una depressione mentale ancor peggiore di quella fisica. Povere mogli, amanti , figli , amici, colleghi, magari il soggetto in questione è un importante manager, le conseguenze sulle perfomance aziendali sono più che un rischio concreto.

Eppure quasi sempre gli insuccessi in maratona sono legati, in questo ordine, a scarsa preparazione, eccessive aspettative, alimentazione inadeguata.

Ma torniamo alla domanda/risposta che avete letto in precedenza. Un runner di livello medio-alto, con una certa esperienza podistica, di ottima cultura, che dichiara in modo inequivocabile l’esigenza e la decisione di tornare ad una vita normale.

Ora il soggetto in questione lo scopriamo, nel vero senso della parola, che ha corso la maratona di Francoforte e che correrà quella di New York; a rendere ancora più clamorosa la notizia è il fatto che Francoforte si è corsa il 30 Ottobre e New York il prossimo 6 Novembre, anno 2011!!

Imputato Tito Tiberti, si alzi e ci faccia capire ……

yXr: yogaXrunners e il mal di schiena che non si presenta!

Non vorrei che questo passaggio passasse come uno spot pubblicitario perchè non è così, perciò sarò breve. Ho sempre sofferto di mal di schiena nelle fasi preparatorie della maratona (diciamo all’aumentare del chilometraggio settimanale) e in maniera acuta dopo aver corso una maratona (due protrusioni discali…). Quest’anno – in cui l’elemento nuovo nella mia preparazione sono due sedute settimanali di yoga con la maestra Tite Togni – sono qui sereno a godermi una schiena in buona salute. Spannometricamente, mi sento di consigliare lo yoga, che può anche non avere una dimensione meditativa spiccata ma essere un vero e proprio esercizio fisico di rinforzo e gestione del respiro.

MG: Muchas Gracias / Martina Greef

Siamo di nuovo a Francoforte; nonostante ci fossero in gara oltre 15000 concorrenti mi sono trovato a correre da solo già dopo 1,5 km e così fino al traguardo. Avevo un riferimento lontano (30” circa avanti a me) nella fortissima Agnes Kiprop con le sue lepri, ma non era un aiuto; da dietro non mi ha rimontato nessuno; quelli che ho superato erano “cadaveri” per nulla in grado di farmi compagnia o aiutarmi a tenere il passo… Ma dopo il km 15 una ciclista dello staff organizzativo mi ha fatto un po’ di coraggio, accompagnandomi per dei lunghi tratti (circa 3km tra un ristoro e il successivo). Stava ben attenta a non avvantaggiarmi con la scia della bici o altro, ma ogni tanto mi regalava qualche parola di incoraggiamento e qualche sguardo di “approvazione”… Dopo il traguardo l’ho cercata per ringraziarla, ma non l’ho trovata. Mi ha trovato lei (ancora attraverso FB) che aveva memorizzato il mio numero di pettorale. È stato un gran piacere, ci siamo scambiati qualche parola, per ringraziarci e descriverci il piccolo miracolo della solidarietà sportiva!

Tra l’altro la immaginavo stereotipicamente “tedesca monolitica”, invece è una donna allegra che vive in Spagna e parla anche un po’ d’italiano ; 42,195 volte grazie , Martina!

Credere nelle fiabe. Vale, Tommy e Dani: no big deal.

ott 15, 2011   //   by admin   //   Blog  //  1 Comment

Tito e Valeria Straneo, Tuttadritta 2011Amo il mio sport, visceralmente. Anche nei momenti difficili della vita la corsa mi è stata amica: di volta in volta è stata fonte di soddisfazioni agonistiche, valvola di sfogo delle tensioni, mezzo di socializzazione, tempo speso a riflettere in movimento, modo per star vicino a delle persone care, modo per allontanarmi in fretta da persone meno care, ricerca dinamica di nuove motivazioni sportive o sentimentali o professionali…Proprio perchè amo il mio sport, ho BISOGNO di credere che tutti i podisti possano vivere una storia bella, ciascuno la sua, ciascuno la fiaba che sceglie… Ho VOGLIA di credere che ci siano alcune storie belle “esemplari” cui tutti possiamo ispirarci o da cui possiamo trarre un sorriso!
Prendo a prestito le parole del fu Steve Jobs: “Today I want to tell you three stories from (my) life. That’s it. No big deal. Just three stories”. Niente di speciale, solo tre storie.


La prima storia parla della Regina di Alessandria.

Venerdì mattina, sono sulla strada per Savigliano, pianura cuneese, dove risiede un’atleta che alleno e il cui risultato di Berlino ci apprestiamo a festeggiare. Vengo da Pavia, dove sono ospite di un fratello ricercatore precario e dove correrò la mezza di domenica 9. Al volante della mia vetturetta so che farò una pausa strategica: voglio incontrare un’altra protagonista berlinese e – complice lo sponsor tecnico comune che ci ha fatti conoscere – ho concordato con lei di vederci in tarda mattinata a casa sua, in un tranquillo quartiere periferico di Alessandria, piuttosto verde e silenzioso.
Valeria e il suo cagnolone, prima della splenectomiaUn sole ancora bollente mi accoglie, ma il vento forte lenisce la sensazione di calore; scendo dall’auto, mi ricompongo un attimo (tra atleti non siamo molto abituati a incontrarci in abiti civili…) e suono il campanello “Straneo – ***”.Il portoncino si apre e dal primo piano della casetta a schiera mi viene incontro un labrador arruffato e giocoso, un po’ grassottello e in netto contrasto con l’asciuttissima figura di Valeria. Il cane smentisce lo stereotipo dell’animale che assomiglia al padrone…Quindici gradini, varco la soglia ed entro in un mondo normale: profumo di forno acceso (le lasagne per la cena di compleanno del marito), i giocattoli dei bambini che spuntano qua e là, una donna in jeans e maglietta, le finestre ancora aperte visto che la stagione lo permette…
Racconto queste cose perchè di Valeria “super atleta” si è detto di tutto e di più: il 99% dei podisti ha detto la propria sugli straordinari miglioramenti di Valeria in questo 2011. Molti l’hanno attaccata; molti l’hanno osannata e difesa; i più spalancano gli occhi – stupefatti – e mantengono un ragionevole equilibrio tra entusiasmo e disillusione; credo che tutti abbiano ripetuto la tiritera ironica (più o meno infelice) del “mi sono già messo/a in lista per l’asportazione della milza” (per i curiosi http://www.fidal.it/showquestion.php?fldAuto=13912&faq=65 oppure cercate la Gazzetta dello sport del 26 settembre o “google-ate”).Personalmente non ho prenotato l’intervento: fortunatamente non soffro di alcun deficit congenito e non voglio restare senza la ghiandola deputata al controllo delle infezioni…Valeria sa che ora ha “ipotecato” un posto nel terzetto italiano che correrà la maratona olimpica di Londra 2012; sa anche che il suo stato di grazia è una specie di bomba ad orologeria: potrebbe ammalarsi (e ovviamente non glielo auguriamo!) e comunque l’aumento dei suoi valori ematici (emoglobina ed ematocrito) – compatibile con la splenectomia – non è definitivo e dopo un periodo più o meno lungo di adattamento organico i valori potrebbero tornare ad abbassarsi (ha tolto la milza, mica ha debellato la sferocitosi ereditaria che comunque la affligge).La fiaba è tutta qui. “No big deal”. Valeria Straneo vince la "3 Campanili" 2011, gara di cui sono responsabile atleti elite	Riassume la rincorsa di un sogno da parte di un atleta di talento.Valeria sogna i Giochi della XXX Olimpiade e da “innamorati” (della corsa) le auguriamo di realizzare il suo sogno, di godersi la strada da qui a Londra e di tenere fede a quello che sono sicuro essere un suo altro sogno (a prescindere dall’Olimpiade): far sì che i suoi figli crescano nell’ambiente famigliare gradevole che mi è stato concesso di frequentare per una mattina e di poter dire sempre con tanto orgoglio “che brava la mamma!”.Certo, vale il principio “Mors tua, vita mea”: per una Valeria che approda a Londra in maglia azzurra ci sarà almeno una maratoneta che non lo farà. Il gioco dell’agonismo è anche questo; l’importante è che chi non andrà a Londra possa sentirsi dire a casa propria: “che brava la mia mamma/mogliettina/compagna/figlia/etc…”.Il caso di Valeria – senza mitizzarla, ma in concreto – c’insegna a credere in un obiettivo alto, a inseguire un sogno con coraggio e dedizione (e un pizzico di fortuna, senza il quale…). C’insegna a non trascurare i dettagli e a fare tutti i sacrifici necessari. Ecco di cosa abbiamo voglia e bisogno: un buon esempio sportivo. Di cattivi esempi (in tutti gli ambiti) c’è l’imbarazzo – sottolineo “imbarazzo” – della scelta.
Il racconto di una mattinata in casa della Regina di Alessandria (reginetta di maratona, diciamo), prosegue con un’intervista. L’abbiamo concepita come una “Talk as you run”: semplicemente abbiamo corso una decina di chilometri in campagna con un registratore in mano (e in calzoncini e canotta, come al solito)…

A breve su queste pagine: audio (compreso il breve racconto dell’altura a Sankt Moritz in tenda!), link a molti approfondimenti e interviste su/con Valeria.

La seconda storia è quella di un ragazzo di pianura…

Tommaso Vaccina e Tito Tiberti sul podio del Corripavia 2011Tommaso è un padano, non di quelli con la camicia verde. È uno con idee ben ancorate alla realtà sociale: ben consapevole di cosa sia un contratto a tempo determinato e di cosa voglia dire allenarsi alle 7 di sera a dicembre nella nebbia pavese, ben consapevole di cosa ci voglia a comprar casa con un lavoro da fisioterapista ospedaliero e di quanto sia difficile correre forte in montagna quando la tua città offre sporadici cavalcavia e nessun dislivello importante…
Tommaso è stato privato di una maglia azzurra in questo 2011, per i capricci di un omiciattolo piccolo piccolo che – ahinoi – fa il selezionatore della nazionale. Ma non ha tradito la sua quasi proverbiale calma: Tommy insegna che ci si deve indignare, ma senza perdere l’educazione e rispondendo con i fatti. Ha vinto tutto quello che desiderava vincere quest’anno, compreso il concorso per il posto a tempo indeterminato.Sulle ali dell’indignazione per la mancata convocazione ha rivinto il Mapei Day, sullo Stelvio, stracciando il record di Vasyl Matviychuk.Con spregiudicatezza ha vinto la Ivrea-Mombarone; con intelligenza è stato il miglior italiano al Memorial Partigiani Stellina a Susa; con sfortuna e meritando la vittoria ha perso la Monza-Resegone; con caparbietà è stato il primo pavese nella storia a vincere la Corripavia (half marathon).Tommy è un amico, uno di quelli che non vedo più tutti i giorni ma con il quale mi sento di condividere le storie della mia vita. A Pavia nella mezza maratona c’ero anch’io; volevo aiutarlo a tenere il ritmo alto per mettere in difficoltà l’etiope (di passaporto svizzero) in gara, ma non ci sono riuscito perchè domenica 9 ottobre Tommaso era imbattibile e non ha avuto bisogno di me. Quando in un controviale l’ho visto prendere vantaggio sull’avversario, ho creduto che ce la potesse fare. Così è stato, ha aperto un gap incolmabile sull’avversario ed è arrivato solo sul rettilineo finale. E io mi sono emozionato, mi è passata subito la sensazione di fatica e ho gioito con lui per quella piccola rivendicazione di forza espressa “coi fatti”. Tommaso ha subito un torto e non si è messo a piagnucolare. Si è rimboccato le maniche (anzi, ha allacciato le scarpette!) e si è messo a macinare chilometri.Questa è la fiaba di Tommaso: la storia di chi ha la coscienza limpida e non si perde d’animo. La storia di chi sa andare oltre le bassezze umane e “correre” oltre. E’ un’altro racconto positivo esemplare…

La terza fiaba è la storia di “due minuti”

Daniela Scutti, 2h59'44" a Berlino 2011Daniela (Scutti) è stata la quinta italiana a Berlino, è la ragazza che alleno e con cui ho festeggiato la sera dell’intervista a Valeria. Con lei e i suoi migliori amici “di corsa” ci siamo presi una salutare e italica pizza in un locale carino del centro di Savigliano. Un bel brindisi, ma niente che renda davvero giustizia a quel 2h59′ che ritengo ottimo per una 39enne (auguri Dani, è il 16 ottobre!) iniziatasi alla corsa ben dopo i 30 anni. La sua è la storia di una che sfida gli anni che passano e si mette in gioco, di una donna che ha lavorato un anno intero nell’attesa ansiosa di quell’unico traguardo. La sua è di nuovo un esempio positivo che insegna a tutte le donne che con la buona volontà si può partire da “zero” e togliersi delle soddisfazioni, abbattere dei “muri” cronometrici o chilometrici. O più semplicemente psicologici…Due minuti: il tempo che le è bastato per realizzare un pensiero umano, prima del via della Berlin-Marathon…Mentre nell’aria si diffondevano le note della colonna sonora di “Momenti di gloria”, lei non pensava più alla corsa, pensava ai cari che non ci sono più e che le mancano, che pur mancando le sono stati vicini. Il 27 settembre Dani scrisse: “Rewind… questo e il momento della maratona di Berlino che rimarrà più impresso nel mio cuore: mancavano due minuti alla partenza e avevamo come sottofondo questa canzone. Ringrazio tutti, uno a uno, quelli che mi sono stati vicino, in particolare mio papà e Ale […]”.La storia di Daniela c’insegna che la maratona è un’avventura profondamente umana: una sfida con se stessi, un matrimonio con l’ambiente esterno (urbano o naturale), qualcosa da condividere…

Brescia, in my shoes…

mar 12, 2011   //   by admin   //   Blog  //  5 Comments

Mi hanno sempre insegnato che – se non sei keniano – l’unica cosa di cui hai bisogno per correre sono un buon paio di scarpe. Se il resto dell’abbigliamento non è adeguato o “tecnico” non è molto importante, ma se le scarpe non sono quelle adatte sono guai…

Dalle banali vesciche a serie tendiniti passando per fasciti plantari piuttosto che dolori al collo del piede, la gamma degli acciacchi delle leve del podista è vasta…

Ho sempre dato importanza alla calzatura: da giovane il marchio di grido mi sembrava garanzia di qualità, poi pian piano ho scoperto che anche i “big” dell’abbigliamento sportivo fanno prodotti scadenti… Pian piano ho imparato a guardare meno colori e tecnologie applicate alla scarpa e a “sentire” la calzata, la rullata, la rigidità o la morbidezza, le proprietà di torsione e la capacità di supporto e ammortizzazione…

Le Sorpasso e le Saucony MirageLa scarpa da running è diventato il mio strumento di lavoro, in un certo senso.

Poi è venuta la scoperta del mondo del lavoro, quello classicamente definito dalle norme che regolano la produzione, quello su cui si regge la repubblica italiana ex art. 1 della carta costituzionale, quello che mette il pane in tavola alle famiglie…

E ho scoperto le scarpe “da lavoro”. Non le superleggere per le ripetute, ma le rinforzate per andare in officina. E mi sono trovato a vestire due scarpe da lavoro nella stessa settimana: ieri le “Sorpasso” con cuciture arancioni e puntale in acciaio al controllo di qualità in Pedrotti Meccanica, domani le Saucony Mirage nella Maratona di Brescia.

Domani è quasi un nuovo esordio sui 42,195km. Vado senza grandi aspettative, solo con la voglia di godermi ogni metro e di farlo – per una volta – nella mia città. Se poi arriverà un risultato soddisfacente tanto meglio!

A novembre fu un deludente 2h33’02” a New York che m’indusse a mettere la parola fine sulla maratona. Oggi è una nuova vita e la maratona è rientrata dalla porta principale. Ripartiamo da qui, da un paio di scarpe e un po’ di cocciutaggine.

Come diceva Jesse Owens: “Amo correre, è una cosa che puoi fare contando sulle tue sole forze. Sui tuoi piedi e sul coraggio dei tuoi polmoni”.

Ogni maratona, una vita…

mar 8, 2011   //   by admin   //   Blog  //  1 Comment
L’autobiografia è qualcosa che in fondo mi ripugna, trovo dannatamente banale e povero scrivere di sé. Lo trovo anche presuntuoso: siamo sei miliardi e rotti e nulla che io possa possedere (qualità fisiche o morali) mi rende particolarmente speciale. Non c’è merito nell’essere al mondo, ci siamo perché una donna ci ha portati in grembo e poi ha avuto la compiacenza di partorirci con dolore. Naturalmente sono infinitamente grato a mia madre per avermi messo al mondo e ai miei genitori per avermi cresciuto dandomi notevoli opportunità di sviluppo, oltre al vitto in tavola ogni giorno.
Lunga strada (grazie al fotografo)
Mi ripugna scrivere di me, ma lo faccio lo stesso, ammetto di essere presuntuoso. D’altra parte è una pratica non diversa da quella delle persone che si dichiarano paralizzate dalla timidezza un minuto prima di spiattellare in diretta TV i propri segreti più sordidi a beneficio di spettatori inebetiti. Scrivere mi aiuta a ripensarmi come uomo, mi aiuta a rileggere la mia vita e a cercare di essere migliore. Anche se nessuno ricorderà di me; anche se un bel giorno tornerò polvere. Come nella migliore tradizione delle frasi fatte di “saggezza” popolare, dico: “vorrei finire facendo ciò che mi piace di più”. Per Berlusconi sembra chiaro, ormai, in che circostanza vorrebbe finire. Per me probabilmente sarebbe correndo una maratona.
Le cose finiscono o si fanno finire: per me finiscono alla fine di una lunga corsa. E’ metaforico e doloroso. Si fatica, si porta il fardello, si taglia un traguardo (parziale) ed infine si cede esausti. Il dolore fisico camuffa quello interiore. Ogni volta si raggiunge la fine della strada. Alla fine della strada si può essere ogni volta più ricchi e migliori. Oppure alla fine della strada si è ogni volta più poveri, si muore un po’. Ogni volta si impara a conoscersi e a sopportarsi. Ogni volta se ne esce con una decisione definitiva per poi scoprire di aver mentito a se stessi. Ogni volta si può imparare e diventare migliori, pur morendo un po’. Ogni volta…
Ogni maratona…
Era Roma 2005, nella città eterna: dopo anni martoriati da infortuni vinsi la mia sfida esordendo in maratona. L’entusiasmo mi aveva portato ai 42km. Era la vita dello studente con il pugno sinistro alzato, del non dormire mai, del sacrificare tutto ad un’idea, dello spendere ogni stilla di energia e non crollare mai. Era la vita del caffè a secchi a tutte le ore, erano le lezioni al mattino, una piadina a mezzodì, un allenamento massacrante alle 14, alle 17 una riunione, alle 19 un incontro pubblico, alle 21 una conferenza, alle 23.30 si cominciava a studiare, alle 3 a letto, alle 7 di nuovo in piedi a studiare e alle 9 a lezione.
Era UNA vita.
Era New York 2010, un’ALTRA vita: quella dell’atleta che aveva rinunciato all’idea del professionismo, quella della competizione con se stesso e non con l’avversario, quella della disillusione. Quella dell’addio alla maratona.
Nel mezzo altre MARATONE e altre VITE. Nel mezzo il tentativo del professionismo e la mia migliore annata sportiva, sebbene arida di pensieri: 1h06′ più volte in mezza, 30’21 nei 10000 al sabato sera e 1h07.20 in mezza solo 14 ore dopo. Carichi di lavoro impressionanti traghettavano un logorio silenzioso, sottilmente interiore, che erodeva sia l’integrità fisica sia il patrimonio di cultura e idee. Lo sportivo professionista spesso è capra, a volte si redime e diventa bue, raramente diventa/torna uomo… Era il 2008 del ritiro a Sestriere quando le mie gambe facevano tutto quello che la testa chiedeva loro. Tanto feci che le mie gambe si ribellarono e non corsi la maratona, seriamente infortunato.
James Russell Lowell scriveva che “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”. In linea di principio sono d’accordo al 50%, non ho visto morti cambiare idea. Di stupidi ne ho visto almeno uno (autoironia?): uno che a fine 2010 – presuntuosamente – ha rilasciato un’intervista per annunciare il proprio “basta” alla maratona e che domenica prossima invece farà 42,195 km. Senza ansia o patemi, con nel cuore una sfida e una spada e la consapevolezza che morirà un po’, transitando a un’ALTRA VITA…

Caro coach, provo a raccontarti la mia NYCM

nov 8, 2010   //   by admin   //   Blog  //  15 Comments
Provo a raccontarti tutto.
Parto col premettere che resto convinto che questa sia stata la mia ultima maratona. Non che io sia sicuro che nella mia vita non ne correrò più, ma se lo farò sarà a) per divertimento o b) perchè la mia schiena sarà così a posto da permettermi di prepararmi benissimissimo.
E’ stata durissima. Una mia cugina cercava di farmi coraggio dicendomi che per loro sono stato bravo lo stesso. Devo dirti che per una volta sono convinto di essere stato bravo. Ero messo così male che l’unica cosa che avrei voluto fare era sdraiarmi per terra e lasciarmi morire…
Poi ho capito cosa significa “il pubblico” che ti sostiene fino al traguardo. Andavo a 4.30/km e mi urlavano che ero forte, di portare la bandiera nel cuore, di farmi coraggio… E tra un applauso, un “cinque” a un bambino, uno sbandamento, un crampo e una ripresa ho tirato al traguardo. Speravo che andasse meglio, volevo chiudere in bellezza con la maratona. Non è andata così, pazienza, io ho fatto davvero quel che potevo e sono contento di aver chiuso in un contesto esaltante e non nel grigiore della periferia veneziana.
Stretching a Central Park nel pregara: 6 novembre 2010
La gara non è partita sotto i migliori auspici, scusa se sono “crudo” nei dettagli ma sono dati oggettivi che devono aiutarci a valutare tutto.
Dal sabato mattina non sono riuscito ad andare in bagno, non so il perché ma è andata così e mi sono portato dietro un peso e un disagio (pancia gonfia e tesa, tipo bambino biafrano).
Clima gelido, anche se l’attesa nella tenda riscaldata per me è stata abbastanza confortevole. Ho corso ben coperto: pantaloncini, maglietta, canotta, braccioli e berretto, non me ne sono pentito neanche un istante! Il vento era freddissimo e il sole serviva davvero a poco. Mi guardavo le cosce ed erano violacee, oggi ho le labbra tutte spaccate come se avessi scalato un ghiacciaio…
Primo inconveniente: al km 7 pausa “pipì”, avevo un forte stimolo intestinale ma nulla, solo acqua. Ho perso 15” ma sono rientrato senza problemi, anche perchè il ritmo era calmo (il primo km anche se in salita è stato 3.48…). Insomma, gambe ok, cercavo di stare coperto nel gruppo il più possibile, mi sono fidato anche dell’esperienza di Achmuller e l’ho seguito come un’ombra… A parte il borbottìo in pancia correvo davvero facile, il passaggio alla mezza è stato prudente in 1h13.00, ma sentivo di poter accelerare in qualsiasi momento.
E comunque avevo capito che la giornata difficile avrebbe dato soddisfazioni anche con un 2h25-26…
Al km 21 io e Achmuller abbiamo fatto un’azione e abbiamo raggiunto in 3 km un gruppo che era almeno 30” più avanti di noi, ma non abbiamo strappato. Poi fino al 28 sono stato nella pancia di questo gruppo, agevolmente (sul Queensboro Bridge ho addirittura scelto di staccarmi un po’ in salita per risparmiare e rientrare in discesa). I ritmi erano sempre da 2h25-26′ di proiezione, perciò non ho faticato a rientrare. Abbiamo imboccato la first Avenue controvento e stavo bene, siamo al km 26. Al 18° miglio (28,9km) ho preso un gel energetico (ne avevo già preso uno all’ottavo miglio) e nel bere acqua per mandarlo giù meglio ho perso una quindicina di metri sul gruppo, eravamo in salita e mi sono reso conto di aver fatto più fatica a rientrare, ma ho pensato che fosse colpa dell’acqua che era davvero gelatissima, poi al km 32 di colpo si è spenta la luce. Muscoli rigidissimi, ho cercato di pensare a correre sottoritmo per finire in meno di 2h30′, ho cercato di sciogliere i muscoli in corsa ma ho avuto un principio di crampi, ogni tanto perdevo il passo e la lucidità mentale se ne andava.
Al 35° km ho pensato che ormai la prestazione era compromessa e ho cercato di farmi coraggio con il pubblico, io incitavo lui e lui rispondeva e con l’entusiasmo mi ha portato all’arrivo. Mi sono goduto un bagno di folla da tapascione di alto rango.
Ho sentito parole bellissime che mi hanno riconciliato con il buono del nostro sport.
NYCM: bambini battono il "5" ai maratoneti (fonte: NY Times online)
Poi nell’ultimo chilometro mi veniva da piangere perchè ero stanco e fuori di senno, ma anche perchè ho pensato intensamente che fosse l’ultima maratona e il pensiero di un cambiamento così importante (io ci ho sempre creduto molto e ora togliendo la maratona metto “vita normale”, con maggiore attenzione a lavoro/affetti/impegno sociale) mi ha commosso. Senonchè col freddo e l’emozione mi si è chiusa la gola (ti avevo già detto che è un annetto e mezzo che porto il ventolin in borsa per una tendenza all’asma da sforzo comprovata da esami strumentali, il ventolin è ancora sigillato ma non si sa mai…) e ci è mancato pochissimo che non stramazzassi a terra a 500 metri dalla fine: mi sono fermato, ho respirato a fondo (più o meno) e sono ripartito con un boato del pubblico ;) poi un crampo, mi sono rifermato quasi subito, sono ri-ripartito e ho tirato dritto (direi più a zig-zag, in realtà), fino al traguardo…
Altri problemi: i piedi, sono dolorantissimi. Forse le scarpe erano troppo “secche”, forse allacciate un po’ strette (ma non credo…), forse il freddo non permette una grande elasticità…
Ancora: dolore dietro il ginocchio destro, su un “cordone” tendineo.
Ancora: tendini di achille, direi che possiamo optare per la soluzione definitiva dell’asportazione bilaterale, tolto il dente, tolto il dolore ;-)
Ancora: anca sbilenca a destra.
Oggi non ho corso, non sono proprio in grado (ho avuto seri problemi a fare il turista, non ero mai uscito così scassato da una maratona, probabilmente perchè un sano di mente anziché tirare all’arrivo si sarebbe fermato alla prima ambulanza…).
Tito e Teo pregara: 6 novembre
Nelle 4 ore dopo la fine della gara ho bevuto 7,5 litri di liquidi tra integratori e acqua e alla fine ho fatto 2 ridicole goccine di pipì, ne ho bevuti altri 2 litri prima di sera e stamattina mi sono degnato di una “minzione” d’onore. Mah… forse il vento mi ha disidratato?
Nei giorni precedenti la gara ho bevuto e mangiato alla perfezione: roba sana (pasta, patate, pizza, verdure bollite, condimenti sobri, frutta, una portata di carne alla piastra, una di calamari/polipo/gamberi a zuppa (questo per il discorso proteico). Poco sale e pochi grassi (qualche dolcetto, ma niente di che…).
Questo è tutto. La conclusione che ho comunicato a casa via sms è stata: “Sono vivo e sto bene, a questo punto direi con discreta certezza che semplicemente non sono un maratoneta”.
I passaggi (sempre che abbiano importanza):
17.29 – 17.18 (+20” pausa) – 16.57 – 17.08 – 17.35 (con salita Queensboro) – 17.
14 – 19.12 – 20.54 – 8.53 (4.02/k)
Vorrei comunque che sapessi che ti sono grato per l’attenzione che mi hai dedicato.

Da New York a New York

nov 3, 2010   //   by admin   //   Blog  //  No Comments
Estratti (anteprima, in terza persona) da un mio pezzo recentemente ideato per il quotidiano Bresciaoggi
370 giorni dalla Maratona di New York del 2009 a quella del 2010. L’anno scorso Tito Tiberti debuttò nella Grande Mela; nonostante vento, freddo e strategia di gara poco accorta. Fu 37° in una “marea” di 42000 partecipanti.
Tito è uno dei più validi corridori bresciani degli anni 2000, vanta buoni primati (30.21 nei 10000m, 1h06.32 in maratonina e 2h23’09” in maratona), ma la sua forza è la costanza di rendimento negli anni.
Da New York a New York per il Saretino che veste la maglia di Atletica Gavardo ’90: è uno spettacolo circolare che inizia e finisce nello stesso luogo. Tornerà ai piedi dell’Empire State Building il 7 novembre prossimo per piazzarsi tra i primi 20. Nel 2009 ben 3500 Italiani trasvolarono l’oceano per correre i 42,195km della maratona e 85 bresciani tagliarono il traguardo.
Tito spiega come correre non sia solo coprire una data distanza nel minor tempo possibile. La corsa – disciplina di lunga lena – è una scuola di vita: faticare, magari in compagnia, educa al rispetto per il lavoro altrui, insegna la lealtà sportiva e sociale, permette di conoscere i propri limiti psicofisici.
Tito Tiberti: Tour Laghi 2010, ultima tappa, vittoriaDa un lato ci sono soddisfazioni agonistiche, vittorie e cronometro. Dall’altro ci sono possibilità di viaggiare e di dare un significato extra-agonistico alla propria attività. Si carpiscono lezioni straordinarie e si comprende la relatività delle azioni umane in contesti diversi. New York è stata una maratona ad ottimo livello ma anche una dieci giorni di esplorazione della metropoli e degli stili di vita: dai grattacieli gelidi di Manhattan alla cui ombra s’ingrossano sacche di povertà ed emarginazione ai quartieri “malfamati” del Bronx o Harlem dove non c’è benessere ma si respira solidarietà.
Tito attraversa un periodo di problemi fisici (schiena) ma ha il carattere per rimettersi in gioco: ad aprile corre la maratonina di Prato in 1h06′, miglior tempo lombardo dell’anno. Ancora una città la cui ossatura industriale scricchiola in tempi di crisi, ancora una realtà da esplorare anche senza 12 ore di volo. Poi a scricchiolare è ancora la schiena, ma per i Campionati Italiani di Maratonina, il 31 maggio in casa a Polpenazze, sarebbe un delitto non essere pronti. Stringe i denti e si prepara sulle colline della Valtenesi, vista Garda: correndo si vive la natura. È 14° del Campionato Italiano, ancora miglior lombardo.
A giugno cerca e trova due vittorie in due corse a tappe: TourLaghi di Fraveggio e Tovel Running in Val di Non. Vincere e apprezzare la bellezza delle montagne trentine.
Torna alle gare che contano a settembre, ancora con un giro a tappe: “Le Colline di Napoli” è il tris che consacra Tito come atleta da grandi giri. Un’altra vittoria e un’altra full immersion nell’ambiente naturale e umano: Napoli è il verde di Capodimonte o dei Campi Flegrei, ma anche il degrado delle “Vele” di Scampia o delle cintura urbana cementificata. L’ultimo impegno sulla strada per New York è stata la Stralugano di domenica scorsa: 30 km per un assaggio di atmosfera internazionale. Tito è il primo degli umani, quinto alle spalle delle inarrivabili gazzelle africane. Primo Europeo in gara è una soddisfazione, si lotterà per un risultato analogo il 7 novembre, senza mai dimenticare di guardarsi intorno e scoprire un altro scorcio di mondo.
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Quote #8

I like running because it's a challenge. If you run hard, there's the pain -and you've got to work your way through the pain. You know, lately it seems all you hear is 'Don't overdo it' and 'Don't push yourself.' Well, I think that's a lot of bull. If you push the human body, it will respond. (Bob Clarke)