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Oltre il limite punto org

nov 23, 2016   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Oltreillimite.org – progetto ideato e creato da Paolo Pegoraro che si occupa di sport e disabilità – ci ricorda continuamente che “i limiti, come le paure, molto spesso non sono altro che illusioni” (cit. Michael Jordan).

Il manifesto di Oltre Il Limite già di per sé merita una lettura approfondita

Qualche giorno fa si poteva leggere il pezzo che riporto di seguito e che racconta una storia di cui mi onoro di essere coprotagonista, ma ogni giorno per 5 uscite settimanali il Blog Oltreillimite  letteralmente ci regala un racconto di straordinaria normalità.

Federico Sicura e Tito Tiberti: quando la simbiosi fa la forza

(leggi sul blog di Oltre il limite)

“Simbiosi”. Non esiste vocabolo più indicato per descrivere il rapporto  tra atleta ipovedente a la sua guida. Ben lontano dall’esaurirsi in una dinamica atleta-allenatore, questo rapporto presuppone che  amicizia e complicità siano condizioni sine qua non. Sì, perché la guida deve giocoforza farsi interprete delle percezioni e delle necessità dell’atleta e avere una chiara cognizione degli sforzi da lui sostenuti in ogni momento. È un rapporto da cementare con il tempo, allenamento dopo allenamento, dopo aver condiviso la quotidianità. Un rapporto – ancora – dove un’estrema fiducia va di pari passo con una capacità comunicata pressoché totale. Quando nemmeno la comunicazione basta più o – addirittura – non può sussistere, ecco che subentrano delle doti simil-telepatiche, possibili solo in casi di profonda conoscenza reciproca.

È un rapporto da cementare con il tempo, allenamento dopo allenamento, dopo aver condiviso la quotidianità

Come la mettiamo, ad esempio, nelle fasi più concitate di una prova di nuoto di paratriathlon, quando non esiste la possibilità di parlare? Ecco che la guida analizza in una frazione di secondo la meccanica della bracciata, il modo in cui il suo atleta affronta le onde, oppure prende atto del grado di tensione della cordina che li lega per agire di conseguenza. Questa è la storia del proficuo sodalizio tra l’unico rappresentante dell’Italia agli ultimi Europei di Triathlon nella categoria degli atleti ipovedenti Federico Sicura e la sua guida Tito Tiberti, la voce narrante della nostra storia. E se è vero, come diceva il protagonista del film Into The Wild Christopher McCandless, che la felicità è reale solo quando è condivisa, questi due ragazzi incarnano la quintessenza di quel nobile concetto: Federico e Tito del resto sono ormai abituati a condividere l’intero spettro di emozioni (oltre a un numero crescente di successi).

“Federico è un ragazzo che proviene dal mondo della corsa e con incrollabile passione si divide tra lavoro e pratica sportiva. Il nostro sodalizio sportivo è cominciato nel 2009, quando sono diventato il suo allenatore. Nel 2015, quasi per gioco, abbiamo preso parte alle Italian Paratriathlon series, con una prima prova impegnativa sulla  distanze del Triathlon sprint (750 metri a nuoto, 20 km in bici e 5 di corsa). Il test è stato dei più probanti visto che Federico era abituato al massimo a nuotare entro in confini della piscina: il mare aperto è tutto un altro affare. L’avvicinamento al paratriathlon è stato progressivo: la molla è scattata dopo la prima esperienza al campionato italiano di Rimini nel 2015; Federico corse molto forte e si difese nelle altre due discipline. Intuimmo che avesse una spiccata predisposizione per questo sport. Il 2015 si chiuse con qualche altra “garetta”  e la consapevolezza che il meglio dovesse ancora venire. Grazie a continui progressi, a una sempre maggior consapevolezza nei suoi mezzi e al supporto della Squadra e della Federazione eravamo pronti per il salto di qualità. Siamo al 2016: quello verso gli Europei è un percorso netto, contraddistinto dall’esaltante vittoria del Duathlon Sprint; nel finale di stagione arriveranno anche il trionfo nell’Italian Paratriathlon Series e il secondo posto ai Campionati Italiani dietro al bravissimo Manuel Marson. Il culmine di questo cammino è stata indubbiamente la convocazione ai Campionati Europei  di Lisbona: per quanto un’esperienza di così alto livello non possa che essere stata gratificante, quel quinto posto a soli 22’’ dal podio grida ancora vendetta.

lo vedo un po’ come l’esempio vivente della vittoria della mente sul corpo

Dopo due discrete frazioni nel nuoto e nella bici, Federico – probabilmente il più forte corridore al mondo tra i paratriatleti non vedenti o ipovedenti – non è riuscito a capitalizzare la sua superiorità correndo la “sua” frazione della corsa almeno un minuto più lento rispetto ai suoi standard. All’indomani della nostra esperienza in terra lusitana è scattato un esame di coscienza: all’analisi delle cause dell’insuccesso è seguita una disamina sui correttivi da apportare. Tutto ciò potrebbe stupire un osservatore esterno, ma Federico è estremamente professionale. È un atleta con la A maiuscola che mi stupisce ogni giorno di più: mi sorprende in particolare la leggerezza nel gestire le difficoltà del suo fisico: lo vedo un po’ come l’esempio vivente della vittoria della mente sul corpo. Considerando le immani difficoltà che questi super atleti devono affrontare nel loro vissuto, la loro componente motivazionale è molto più elevata rispetto a quella dei cosiddetti “normodotati”.  E poi c’è il grande sogno da coltivare: quello di Tokyo 2020. La categoria PT5 (maschile) destinata agli atleti non vedenti e ipovedenti non figurava nel programma paralimpico di Rio 2016, ma alla luce del successo del triathlon (pur a ranghi ridotti) ai Giochi brasiliani le cose potrebbero cambiare e ci sono ottime probabilità che il Comitato Paralimpico Internazionale possa includere altre categorie. Di certo noi non ci faremo cogliere impreparati!”

Parco Giochi Mondo

ott 30, 2016   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Warmup Francoforte 2016Eccomi, parco giochi alle 10, appuntamento con gli altri bambini: non vedevo l’ora di questa mattina di sole, una domenica di fine ottobre. L’aria è fresca ma i raggi di elio riscaldano la pelle e si sta bene. Siamo in città ma sembra di sentire il pizzicore della brezza mattutina in campagna. La terra è asciutta, niente rugiada: si corre e si strepita.

Siamo tanti, ci sono anche tante bimbe. Ci capiamo benissimo, parliamo la stessa lingua del corpo e del gioco anche se è sotto gli occhi di tutti che questo parco giochi è un covo di piccoli indemoniati di ogni provenienza etnica, sociale e linguistica. Ma si gioca e io sono il campione di altalena, vado in alto, anzi in altissimissimo spingendomi forte con le mie zampacce robuste. Vado così in alto che vedo i palazzi della città scintillare al sole. Vedo intorno a me i compagni di gioco e sorrido, anzi rido proprio forte, riempiendomi zucca e polmoni di una gioia genuina, spensierata e rumorosa. Vado così in alto che vedo una farfalla leggera e veloce nella sua livrea ciclamino*. Gioca anche lei, ci sono bambini più stanchi, alcuni che addirittura lasciano il parco giochi.Primi chilometri Francoforte 2016

Gioco un po’ a correre, gioco per 2 ore senza sosta e senza pensare, ho il capo lieve e seguo l’istinto. Sono due ore che sto lì a scorrazzare e riempire ogni spazio, mi levo anche il berretto per sentire il vento tra i capelli**. Madonna, sono sudatissimo! Chissà se mi vedesse la mamma come mi sgriderebbe… e mi aspetta a pranzo per le 12 e 30 in punto!!! Ma devo proprio finirlo il gioco che abbiamo cominciato, non si può mica smettere, sarebbe davvero un peccato, ma per non fare tardi devo sbrigarmi. E intanto mi frullano in testa parole cacofoniche, tipo termini della filosofia di scuola tedesca o della tormentata letteratura dello sturm und drang (ma un bambino cosa ne sa?). Senza dire una parola ad amici e farfalla accelero i tempi di scherzi e lazzi, la farfalla non mi segue più, gioca con altri… Però sono così sudato e stanco, non ce la faccio mica ad essere a casa per 12.30 al massimo: “Chissà la mamma… magari se arrivo con un ritardo piccolo piccolo neanche se ne accorge”. E mentre elaboro pensieri, l’amica farfalla si avvicina, ma svolazza via subito… son troppo stanco per starle dietro: via dritto a casa, entro dalla porta con due minuti e mezzo di ritardo, trafelato e con le gambe che sono budini, sempre a rotta di collo!
La mamma non è in cucina, l’ho fatta franca e ho giocato come piace a me. Ci torno presto al parco giochi, magari ci saranno anche le pozzanghere e posso fare gli schizzi. Campione di altalena e campione di salto nella poccia sarebbero due titoli che nessun eroe sportivo delle figurine ha mai vinto insieme, forse…

Spaventapasseri Francoforte 2016Francoforte, ultima domenica di ottobre 2016, 42195 metri al trotto. Niente di eccezionale per l’atletica vera: 2h32’31” che però mi fanno sentire felice della stanchezza che mi chiude gli occhi. Un pochino per volta, ricomincio a vedere la bellezza di sentire che vai! Intorno a me persone che contano, che contano per me e che hanno condiviso se non il gioco il viaggio.

*Tracy, credo americana. Ha finito un pochino prima di me, mi ha “sverniciato” al km 41 quando ero un pochino – come dire – in crisi. Però era così ordinata e leggera nella corsa… e non sudava!

**ogni riferimento alla mia crapa pelata è puramente casuale. Diciamo che il mercato delle forcine per capelli con me collassa.

Entering a book for the very first time…

gen 31, 2015   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Maratona! My friendNon lo so, a me i libri fanno paura. Li leggo, li divoro e li dimentico. Spesso prendo un libro, ne leggo un 70% e lo abbandono, anche se è magnifico… Magnifici sono quei libri scritti bene, coerenti e pieni di valori ragionati. Amo scrivere, è colpa della maestra Edda e della professoressa Solazzo. Qualcuno sostiene che dovrei dedicarmi alla scrittura per mestiere, ma non lo faccio. I libri mi fanno paura e il giornalismo è un mostro mangia persone: conosco pochissimi giornalisti che scrivono davvero bene (Anna. Michi…) e mi addolora che debbano lottare al ribasso con armate di illetterati che riescono a sputare quotidianamente tonnellate di parole senza etica umana e professionale.

Però in un libro ci sono entrato, con la mia penna. Ho scritto una breve prefazione, l’ho scritta per Luigi che è un amico e non è uno scrittore. E’ un ragazzo che si appassiona per qualcosa e per indole estroversa vuole raccontare. “Gigio” non è uno scrittore, non mette tutte le virgole e le virgolette al posto giusto, non ha il vocabolario di Umberto Eco né la poesia di Gustave Flaubert. Però si mette a nudo senza paura e scrive con un suo stile colloquiale ma gradevole. Il coraggio va premiato: ha avuto l’ardire di correre la maratona, dopo aver giurato per anni – anni da onestissimo mezzofondista – che non lo avrebbe mai fatto. E si è divertito! Eccovi il “re nudo di maratona” Luigi Del Buono e la preview della prefazione. Buona lettura.

Cliccando qui o sull’immagine si accede alla pagina Amazon del libro, per ora disponibile in formato e-book. Ed ecco la prefazione…

 

Il racconto di una maratona non può essere un libro. È quantomeno un percorso emotivo. La cronaca delle migliaia di miglia che un fondista ha già percorso prima dell’avventura olimpica per antonomasia non è un diario di allenamento. È piuttosto un taccuino di viaggio; sono le impressioni dell’artista settecentesco che percorreva il Grand Tour europeo; è il «Viaggio in Italia» dei Goethe della fatica.

Scrivere una pre-fazione, cioè dire qualcosa al lettore di un racconto di maratona, dirlo prima che egli s’introduca nel groviglio di mente e corpo dell’atleta che sceglie la maratona, è come preparare un paragrafo di avvertenze per l’uso: siate cauti e non pensate al maratoneta come ad un folle masochista che s’infligge quotidianamente la punizione della fatica fisica. Il maratoneta è tutt’altro: è qualcosa che nasce dopo due ore di solitudine “corsara”. È quel sorriso che si abbozza sul volto quando – dopo trenta e più chilometri di pensieri – i pensieri finiscono e resta solo una certezza: io ce la faccio, il mio corpo mi ha portato fin qui ma la mia “zucca dura” (alias la mia mente) mi può portare ovunque. Il traguardo dei 42’195 metri è solo una convenzione e il maratoneta scopre di essere oltre, unconventional.

Il maratoneta è un viaggiatore piuttosto coraggioso: sceglie una strada, sceglie anche un itinerario… eppure – strada facendo – scopre alternative affascinanti, scorci di paesaggi, angoli del proprio “io profondo” che non avrebbe conosciuto altrimenti. Tocca scomodare una penna sopraffina nei racconti di luoghi e geografie dell’anima: Robert Louis Stevenson confessava «Io viaggio non per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per viaggiare. La gran cosa è muoversi, sentire più acutamente il prurito della nostra vita, scendere da questo letto di piume della civiltà e sentirsi sotto i piedi il granito del globo». Chi più del maratoneta sa cosa vuol dire decidere di alzarsi da un comodo divano di abitudini e calcare il terreno passo dopo passo?

Correre una maratona, beninteso, non è una scelta eroica. Il XXI secolo dell’epoca post-Wanjiru ci insegna che la maratona non fa male alla salute, nemmeno a quella del “giovane adulto” corridore: è una conquista alla portata di tutti, con adeguata preparazione, ciascuno al proprio passo.

Ogni maratona è diversa e ogni maratoneta è a suo modo un visionario. Luigi Del Buono regala la sua visione, apre il suo taccuino, svela il segreto dell’artista e in qualche modo apre il suo cuore d’atleta… Ogni uomo ha una propria weltanschauung (visione del mondo), poi corre una maratona e tutto cambia.
Scomodo anche Gesualdo Bufalino: «C’è chi viaggia per perdersi, c’è chi viaggia per trovarsi». Caro lettore, che viaggiatore sei? Quale maratona – tra metafora e realtà – correrai?

Pillole di GRW #5: L’onore delle armi

ott 13, 2014   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Sono di nuovo le 8.30 del mattino, ma è il giorno dopo. Qualche crampo, un po’ di mal di testa e una nausea persistente mi hanno impedito di dormire decentemente. Il recupero dopo la fatica di ieri non è sufficiente, i sintomi m’inducono a pensare a una via di mezzo tra un abbozzo di disidratazione e un abbozzo di colpo di calore… magari sbaglio, ma nella mia testa in questo momento è così. Non voglio lasciare il Gargano senza “combattere” e ho bisogno di correre ancora una prova. Tendo sempre a relativizzare: ci sono questioni importanti “hic et nunc” (in questo momento e in questo luogo: “combattere”) e questioni sempre prioritarie (esempio banale: la pace). A volte “importante” e “prioritario” s’incontrano simbolicamente e servono a costruire il carattere. Per me rendere l’onore delle armi ai pettorali gialli dei partecipanti al Challenge (le 4 prove: 10km, Gargano Raid 77km, maratonina e Trail del Saraceno 14km) era un fatto di stima, una specie di inchino a chi ce l’ha fatta, e una prova d’appello per me stesso. Mi presento sulla linea di partenza, fa ancora molto caldo, mi getto nella mischia ma nella mia testa gira tutto. Dopo poco più di un chilometro stacco il pettorale e procedo a piedi verso il mio Bed&Breakfast. Sento l’esigenza di una doccia fredda, di recuperare altre 5 ore e rimettermi in gioco nel Trail finale.
Sotto il B&B Coppa di Cuoco c’è il decimo chilometro della mezza e il corrispondente rifornimento d’acqua per gli atleti. Mi fermo e bevo una bottiglietta fresca, rinuncio alla doccia e rimango a dare una mano a sistemare i tavoli e predisporre le bottigliette per i concorrenti, coinvolgiamo i ragazzi della banda del paese nel rifornimento dei concorrenti. Tifiamo e passiamo bottiglie, in mezz’ora passano tutti. I ragazzi, dopo averci allietato in mattinata con un tributo a Lucio Dalla, sembrano divertirsi a passare le bottigliette ai podisti accaldati. Continuo a bere, ne ho bisogno vitale. Dopo l’ottava bottiglietta il mal di testa se n’è andato e la nausea quasi, mi rimangono solo violenti dolori ai quadricipiti e alla cosiddetta fascia lata.
Una piadina – salata! – precede un’oretta di riposo; chiudo la valigia e vado in partenza per il Trail. Siamo tantissimi! Il fascino della novità di un trail in Gargano e su distanza abbordabile attira moltissimi. Voglio provare a vincere, non perché io abbia il desiderio unico di essere primo sul traguardo ma perché ho bisogno di combattere, di dimostrare a me stesso che “non fa male!” e che ho energie da spremere sia nel fisico sia nella testa. Alcuni sono troppo freschi per me oggi e se ne vanno subito, ma le mie gambe spingono bene, persino sulla spiaggia di ciottoli che già conoscevo da ieri. Ho una parentesi critica tra il km 8 e il km 10,5, devo camminare sulle pendenze più toste, ma nel finale mi riprendo bene e rimonto su chi mi precede. Ne supererò solo uno ma recupero moltissimo negli ultimi 2km, do quello che mi è rimasto e dimostro a me stesso che so ancora (sempre) stringere i denti. È un sesto posto che non significa nulla per la statistica, ma che mi dice tanto per il futuro di medio e lungo periodo.
Filippo Canetta oggi pomeriggio corre con la moglie. Ha un margine amplissimo nel challenge e se la prende comoda: fa passerella e fa bene. Mi sono permesso di corrergli accanto nei suoi ultimi 100 metri, il ragazzone si è fatto 10+77+21+14=122 km in meno di 48 ore!!!
Sorrido anche oggi, sconfitto ma non domo, pronto a una nuova piccola personale sfida. Una nuova piccola lezione di vita.

Diceva tal Bob Clarke: “I like running because it’s a challenge. If you run hard, there’s the pain -and you’ve got to work your way through the pain. You know, lately it seems all you hear is ‘Don’t overdo it’ and ‘Don’t push yourself.’ Well, I think that’s a lot of bull. If you push the human body, it will respond“.

Pillole di GRW #4: l’ultra e le (mie due) incognite

ott 13, 2014   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Apro copiando l’ultimo pensiero che prima del via ho condiviso su Facebook. Perchè ovviamente stiamo giocando, ma le cose serie sono “fuori”.
“Ok. Si spegne tutto, il pensiero unico, vero e serio di stamattina – al di là degli scherzi similpodistici – va agli amici genovesi, a tutti i genovesi. Non lasciate che l’acqua beva l’uomo. Coraggio!”

Sono le 8.30 del mattino, Davide (Orlandi) spiega i dettagli del percorso nel briefing tecnico. Mentre parla (ma non perché parla, solo perché i miei pensieri vanno per fatti loro, guidati dalla lucida follia propria del mio 11 ottobre 2014) realizzo due problemi: 1) il mio zainetto è assolutamente inadeguato al trail; 2) fa caldo, ma proprio dannatamente caldo!

Km 59 - Gargano RaidDa totale inesperto e in uno sprazzo di coscienziosità, seguo alla lettera le prescrizioni e metto nello zaino: 1 litro d’acqua (2 borracce da 500ml), coperta di emergenza, fischietto, gel e barrette, giacchina antivento, benda elastica, telefonino carico e con numeri di emergenza memorizzati… Aggiungo cappellino, occhiali da sole e una maglia di ricambio. Non sento minimamente i 10km di ieri nelle gambe, ma so benissimo che vado incontro a due incognite: a) non ho mai corso per più di 3h35’; b) non ho mai percorso più di 42,195km. Il menu di oggi prevede 77,5km, terreno trail, quasi 3000m di dislivello positivo… Strada facendo scoprirò che i 3000D+ non sono un problema, mentre i corrispondenti 3000D- (dislivello in discesa) lo sono, eccome! Avevo in mente una corsa di 6h30’, invece capisco presto che saranno complessivamente 8 le ore di impegno… Un temerario va subito in fuga, io sento la voce dell’amico Luca Podetti che mi raccomanda di andare piano, di seguire l’esperto (e fortissimo) Filippo Canetta… però sono un po’ asino e capisco presto che sul tecnico Filippo ha due marce più di me, mentre io ho maggiore facilità di corsa. Ci assestiamo su una specie di equilibrato tira-e-molla in cui io prendo un leggero margine nel corribile e in salita, lui mi raggiunge in discesa e tra i sassi affioranti dal carsico promontorio del Gargano.

Non facciamo grandi chiacchierate, semplicemente condividiamo la strada. Per me è tutto nuovo e mi sembrerebbe di dire grandi ovvietà osservando quel che vedo, però adesso lo posso dire: c’erano dei sassi bellissimi, spaccati erano lucidi e a cerchi concentrici di un colore bruno-rossastro! Condividiamo anche la sgradevole sensazione che la temperatura sia un elemento di grande disagio/fatica organico/a. Col sole a picco si passano comodamente i 30°. Alla fine della mia avventura (che non saranno tutti e 77,5 i km, ahimé) conteggio di aver bevuto 17 borracce, liquidi per un 13% abbondante del mio peso corporeo!

Dopo 2 ore e passa entriamo in una parte più ombreggiata; al limitare delle tre ore entriamo nella Foresta Umbra (dal latino: ombrosa). È una gioia notevole: fa fresco, il paesaggio della faggeta scura e maestosa è spettacolare, incontriamo bestie “da allevamento” allo stato brado (altro che mucche alla diossina della Terra dei Fuochi!), mi soffermo a fissare negli occhi una vacca podolica con le sue notevoli corna ricurve. Sul morbido letto di foglie della foresta lascio andare le gambe, sempre col freno tirato, ma prendo margine su Filippo. So che sto rischiando un pochino, ma sono veramente in controllo: prudenzialmente ho messo il cardiofrequenzimetro e so che sono intorno al 70% della capacità cardiaca massima (di solito è il regime della corsa di rigenerazione/recupero). Procedo sereno e salvo sul GPS un “POI” (Point Of Interest) nel punto dove sforo il tempo massimo di 3h35’. Curiosità pura e semplice, voglio vederlo sulla mappa! La foresta sta sostanzialmente tra i 600 e gli 800 metri di altitudine, sempre saliscendi ma non particolarmente impegnativo. Su un transito stradale verso il 38° km raggiungo lo stremato fuggitivo (al ristoro del km 30 aveva 9’ di vantaggio!), mi assicuro che stia bene e che abbia rifornimenti con sé e proseguo… Altro POI salvato ai 42,2km. Mi domando: adesso sono un ultramaratoneta? È un fatto puramente definitorio, ma mi fa sorridere. Il fatto è che adesso comincia tutta una parte prevalentemente in discesa, corro fluido sicuramente fino al km 52, da lì comincio ad avvertire in una certa misura che però le cosce dolgono. Salite e tratti in pianura mi sono amici, vado tutto sommato abbastanza spedito; perdo un minutino per una titubanza su una balisa del percorso e allungo scioccamente di 200m, ma niente di tragico. Salgo verso Vernotica, sentiero a picco sul mare. Il mare è verde, uno smeraldo baciato dal sole, gioia catulliana per gli occhi. Già, il sole! Fuori dalla foresta naturalmente son tornato a grondare sudore. Sentivo ad ogni ristoro la voce della maestra Tite: “mangia anche salato!”. E con piacere correndo addentavo banana, biscotto, scamorza, pane e olio… Strana vita quella dei trail runner, mi dico, ma la fame è bisogno primario da soddisfare. Certo che attraversare colline su tratturi spesso occupati da vacchette oziose, maialozzi grufolanti e cavalli un po’ arroganti (più qualche cagnetto spelacchiato) aiuta la mente a spaziare: fatica o no, in quel preciso istante non vorresti essere in nessun altro luogo al mondo.

Arrivo a Vernotica, mare sulla sinistra laggiù in fondo… non vedo più balise, niente nastri o segnali sulla roccia. Mi assale il dubbio di aver spaziato troppo con la mente e aver mancato un bivio… mi fermo, guardo la mappa, non riesco a capire e decido di tornare indietro: o trovo il bivio o trovo Filippo che mi insegue. Corro in discesa per un paio di minuti e fortunatamente trovo Filippo: sono sulla retta via! Riparto con lui, perdo qualche metro per rifornirmi d’acqua(*) e forzo un po’ per ricucire in discesa, a questo punto il fastidio ai quadricipiti aumenta e nel volgere di 3-4’ arrivo al “guasto meccanico”. Improvviso, inatteso e irritante! Non riesco a piegare le ginocchia, in discesa non cammino nemmeno. Ho fatto 60km, ho corso per 6 ore e adesso? Sono passate 6h05’ e la mia corsa finisce qui? MI dico “passerà” e proseguo come posso. Quando realizzo che a 6h25’ ho percorso solo altri 500 metri, sorrido, mi prendo un attimo in giro da solo per aver sognato di vincere un ultratrail con 42km di autonomia in pianura. Apro lo zaino, prendo il cellulare e chiamo il numero di emergenza. Il dopo è la storia di una notte di recupero e di una bottiglia di coca-cola. Il dopo è il pensiero di aver corso 6 ore: roba da matti! La prossima volta il “Point Of Interest” verrà fissato alle 6h05’!

Mancano due cose: la spiaggia di ciottoli tra il settimo e il nono chilometro era bellissima, ma quanto era faticosa? Oh My God! Scarpe nuove (le avevo portate solo per camminare un’oretta e per una corsa di 40’): Saucony Xodus con suola Vibram e Offset (differenziale avampiede/tallone) di soli 4mm, neanche mezzo disagio dalla calzata, zero vesciche, zero rischio di distorsioni (far scendere una caviglia da un gradinetto di 12mm è ben diverso da uno di 4mm).

(*) Il mio zainetto improbabile non ha tasche esterne ed ogni volta per bere dovevo toglierlo, aprirlo, estrarre la borraccia, bere, rimettere la boraccia, chiuderlo, rimetterlo in spalle… sebbene una parte di queste attività riuscissi a compierla corricchiando o camminando non è stato uno scherzo, ripetuto circa 25 volte!

Pillole di GRW #2: astrazione

ott 10, 2014   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

PanoramaÈ un paese pieno di calore e colore. Il 10’000 degli ulivi si preannuncia tosto prologo del Challenge. Il termometro su Corso Matino dice 34 gradi centigradi e mi sale la tensione. Per oggi e soprattutto per domani. Ma è tensione buona, è ansia che l’avventura cominci… Anche se 78km mi fanno anche paura, molta paura.

Allora astraggo e lascio che siano le immagini a parlare per me… Scorci di un giorno simmetrico, di un 10/10 non qualunque…

Piazzetta della Cittadinanza Attiva

 

Murales di De Filippo - Mattinata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ulivi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ephrem, la foglia e il mare

ago 12, 2014   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Questa è una favola per bambini cresciuti.

È una favola incoerente: ci sono gli animali,ma sono collocati in maniera arbitraria nello spazio-tempo. Specie australi convivono con specie boreali se non polari. Ci sono sempre (quasi sempre) il sole e una temperatura autunnale. Diciamo un fine ottobre nel Salento, sponda ionica.È una favola scritta da un faticatore: un faticatore dello sport e della vita. Uno che corre, sempre. Con le proprie gambe, con i pensieri, con le emozioni e con le azioni. Uno precipitoso, uno che per paura di far del male agli altri commette molti errori e fa del male a se stesso…Sebbene ricorrano personaggi “animalecci” già presenti nelle mie stanze, non è un racconto autobiografico… non è affatto un racconto. Potrebbe essere un incipit.È una favola asincrona, a capitoli alterni: i capitoli N si alternano ai capitoli F, Narrativa si alterna a Favola. Sono concatenati, ma nei capitoli N non ci sono animali…

Questa è una prefazione sufficiente e necessaria.
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N1

Sono un buon osservatore.

Amo guardarmi intorno.

Ho una spiccata percezione dei movimenti.

 

Sono anche un buon ascoltatore.

Mi garba tendere le orecchie ai suoni del mondo.

Ho una raffinata percezione dei dialoghi sussurrati.

 

Mi piace anche quando le persone dopo tempo constatano: “allora mi stavi ascoltando, sembravi distratto”. Ho terminato gli studi da qualche anno, ma anche i miei insegnanti avevano sempre l’impressione che non fossi presente… eppure sentivo e ricordavo tutto.

 

Osservo e ascolto.

 

Per lo più non mi piace quello che vedo.

Per questo a volte ascolto, seduto con gli occhi chiusi.

A volte non mi piace nemmeno quel che sento. Accade spesso quando quel che sento ha il suono della mia voce.

Quando proferisco sciocchezze.

Quando constato con amarezza.

Quando (mi) racconto bugie…

 

Non rifiuto ciò che vedo, non dimentico ciò che sento.

Memorizzo. E imparo (cerco di imparare, quantomeno).

Memorizzo soprattutto ciò che non mi piace, che abbia attributi sensoriali o emozionali.

 

Ho trascorso momenti difficili in cui non mi piaceva nulla. In cui mi sono rifiutato di memorizzare e ho perseverato nel mentire. Un’unica grossa bugia, un unico ostacolo all’essere felice.

Nonostante ciò sono un privilegiato: la vita mi da delle opportunità, forse anche la possibilità di riscattare la triste menzogna che mi sono trascinato dietro, o che forse mi ha trascinato.

Il mio privilegio è tutto qui: aver conosciuto un amore sincero; poter vedere e ascoltare cose e persone che mi piacciono. Cose e persone che in alcuni casi amo. Profondamente.

 

Per tutte queste ragioni non mi piace quel che vedo, ma sono contento di non essere cieco.

Sono Libero.

Libero di scegliere. Consapevolmente.

Libero di entusiasmarmi. Spontaneamente.

Libero di sognare, di ridere e sorridere.

Libero di piangere e urlare, di soffrire…

 

Libero di buttarmi, a occhi aperti.

Libero di amare, anche a occhi chiusi.

 

Libero di credere e di condividere il mio credo, il mio pensiero, il mio cuore ed il mio intelletto.

Non è una religione, son questioni decisamente terrene, (umanamente) temporali.

Ma voglio leggerle in chiave diversa.

 

Non mi piacciono gli esseri  umani.

Non sono sinceri.

Non sono sincero e per estensione devo pensare che il genere umano sia una grossa balla…

 

Mi piace la narrativa. Ognuno ha la sua narrativa: un misto di vissuto e pensato: percepito concepito elaborato portato in grembo prodotto partorito.

 

Allora narro.

E – perchè no? – narro favole. Una narrativa “animale”.

 

F1

Ephrem è un koala. Un giovane koala “urbano”. Viene concepito in una modelleria tessile, sviluppato in una fabbrichetta asiatica e partorito in un negozio di balocchi della Metropoli.

 

Ephrem si chiama così perché sì. È un animalino bellissimo. Ha occhioni gentili e unghioli affilati… Ephrem è “colui che porta frutti”…

 

Ephrem mi assomiglia un po’, ma non sono io.Abbiamo in comune la posizione del cuore.Letteralmente: entrambe abbiamo un cuore che batte forte, a sinistra.Metaforicamente: adoriamo dormire tenendo la nostra amata rincantucciata con il capo reclinato sul petto, a destra, nel triangolo ideale tra ascella, clavicola e sterno. Un luogo caldo e odoroso, un luogo intimo e quieto. Un luogo sicuro, insomma, come una tana.Non ci sono altre posizioni del cuore.

 

Ephrem ha gli occhi strabici. Non vede molto bene.Ma quel poco che vede gli piace.È goloso il giovanotto! Impazzisce per il marzapane a forma di mela e glassato con un colorante alimentare rosso.

Ephrem è curioso: ascolta le conversazioni altrui, senza malizia o morbosità. Ha appena apprezzato la poesia della chiacchiera tra due scoiattoli: “Beh – fa il primo –, tu sai come sia correre nel bosco quando piove e, all’improvviso, spunta il sole”. “Sì, è una notte stellata alla luce del giorno…”.È la poesia della natura, della caccia alla bellezza che pervade il mondo.

 

Ephrem sorride molto. Si è convinto che il buon umore allunghi la vita. Lo ha sentito via etere; la fonte, Radiogufo, gli pareva attendibile e le ha creduto. E poi ha pensato che – se anche la sua vita non si fosse allungata – sarebbe stata senz’altro più gradevole grazie ad allegria e volti amici.

 

Ephrem dimora in un bosco: il bosco della corsa degli scoiattoli, la passerella delle volpi dalla coda folta e fulva, il nascondiglio dei porcospini timidi e appallottolabili, il reticolo di rami dei cardellini dall’ugola canora, il rema intricato di foglie dei bruchi grassottelli… Ma, siccome è una favola incoerente, è anche il bosco dove vivono un pinguino imperiale permanentemente freddoloso, un koala di origini australiane e una coppia di tucani emigrati dall’Iguaçu argentino.Il koala è il nostro Ephrem; il pinguino altezzoso e alto (115 centimetri di regalità) si fa chiamare “Vostra Maestà” e nessuno del Bosco si è mai recato all’anagrafe antartica per verificarne identità e titoli; i tucani sono Uta e Grete, sono una coppia di fatto, due signorine dal nome e dal carattere teutonico, ben mascherato dalle livree carnevalesche.

 

Il clima è temperato, tutto l’anno, non ci sono mute di piume, pelo o pelli squamose. Non piove quasi mai, se non nelle poesie degli scoiattoli… Invece la rugiada del mattino offre lo stesso effetto del sole dopo la pioggia: una miriade di stelline rilucenti accese dall’incedio rododattilo dell’alba.Ephrem apre i suoi occhietti stralunati ed incrociati e gode dello spettacolo, allarga la bocca in un sorriso dentuto e s’immagina una giornata speciale…Anche perchè di là del bosco, s’annusa aria di mare: un salmastro iodato che pare un toccasana per i polmoncini dei nostri animaletti.

(to be continued)

Il mio cavallo mangia male

lug 7, 2012   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Il mio cavallo mangia male. Ha un pessimo rapporto col cibo e poca cura della propria igiene “orale”. Mangia grasso minerale e si spazzola i denti di rado. Ha un colorito nero lucido. In sella al mio cavallo non si sta comodissimi, ma è docile da condurre…

Arrivo Milano Marathon 2012 - Tito & NickIl mio cavallo ha due ruote e un telaio, è verniciato di nero bianco e rosso e marchiato “a fuoco” Torpado, ha una catena e tanti dentini per il meccanismo di trasmissione del movimento.

Mangia male e mangia poco, per farlo “galoppare” mangio di più io. Ed io ho un rapporto sano col cibo: sono una buona forchetta (il che a volte va contro il mio preteso status di “atleta” ma senz’altro va a favore del mio equilibrio psicologico!) e mi piacciono pietanze fresche e bevande naturali (vino e birra incluse!).

Ieri il mio cavallo mi ha portato a forza di pedalate rapide fino a Porto Cesareo, tra andata e ritorno una sessantina di chilometri, tutti in pianura: niente di che… Mi ha portato in spiaggia, mare agitato e vento di scirocco, umido. L’insegna all’ingresso del lungomare attrezzato recitava “Lido Tabù”.

Passerella a listarelle lignee verso le onde; con lo sguardo cerco una faccia amica e trovo un braccio abbronzato che oscilla e attira la mia attenzione, come una bandiera segnaletica portuale ;)

Ciao Nick, ciao Simo! Che bello trovarsi anche lontano da casa, che bello scoprirsi amici una volta di più, che bello condividere una mezz’ora e un pasticciotto di frolla e crema (OTTIMO rapporto con il cibo!)…

Insomma, che meraviglia scambiarsi ancora un ABBRACCIO e rivolgere un pensiero ai “delfini” che attendono proprio il Nick nel suo prossimo viaggetto!

A presto e… per un ABBRACCIO virtuale clicca qui! Oppure su facebook: Abbraccio Onlus.

Io e Grifonissima ci siamo detti…

mag 18, 2012   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Facciamola breve, io amo questa gara e questa gara – piuttosto dura – ama me.

Mi ha esaltato e mi ha detto “ragazzo, corri veloce!” quando vinsi all’esordio nel 2006 facendo secchi atleti più blasonati.

Mi fece dire “però, corro veloce!” quando vinsi con record nel 2008 mettendo in riga anche forti stranieri.

Mi fece desiderare un ritorno vittorioso con gli argenti del 2007 e del 2009.

Non mi tolse la voglia di tornare nel 2010 quando finii gambe all’aria in una caduta e nel 2011 quando ero lontanissimo anche dalla semplice idea di “atleta in forma”…

Vittoria per distacco!Tris, vittoria numero tre. Non vado velocissimo, ma è bastato per il gradino più alto del podio. Stavolta nessuna esaltazione o delusione. Ma io e la Grifonissima ci siamo scambiati due parole anche quest’anno, per dirci e dire a tutti quanto è bello ritrovarsi in Corso Vannucci la seconda domenica di maggio di ogni anno. Dove risiede il fascino di questa gara?

È una competizione prestigiosa con un albo d’oro di tutto rispetto nella quale il podista si può confrontare con Atleti con la “A” maiuscola.

È un percorso impegnativo che richiede capacità d’interpretare il tracciato e di gestire le proprie forze. Per chi non è bravissimo nel dosare lo sforzo, è una scuola di corsa!

È una passeggiata colorata per migliaia di persone, migliaia di ragazzini delle scuole e tanti simpatici animali domestici a quattro zampe e scodinzolanti.

È una festa musicale nello stadio Santa Giuliana gremito, dove si balla e si applaudono gli atleti competitivi all’arrivo.

È una mattinata sul prato, una specie di “Urban Picnic” da guinness dei primati!

Sono alcune ore trascorse in un’atmosfera serena: dal più veloce dei competitivi al campione dei CUS fino al lumacone che percorre il tracciato della non competitiva con tanto di soste caffé… tutti nella stessa barca, tutti nell’arena del Santa Giuliana!

Domenica scorsa Grifonissima mi ha detto “bentornato sulle mie strade, mi aspetto il meglio da te” e io ho replicato ricordandole che “non potevo non tornare, è qui che raccolgo il meglio di me e lo metto a disposizione delle mie gambe”.

Il podio!

Una nota speciale per i ragazzi del podio maschile: con me sono saliti al secondo posto Salvatore Calderone, campione europeo master di mezza maratona e per la prima volta a medaglia nella Grifonissima dopo tante partecipazioni con la maglia del CUS Torino. Bravo Salvatore, forte corridore, avversario sempre leale e amico sempre capace di consigli sensati! Terzo e miglior umbro il tifernate Andrea Lucchetti, a dispetto dei 36 anni nome nuovo del nostro mezzofondo: bravo perchè coraggioso. Non ha vinto ma ha provato a mettere il naso davanti e a portare a casa il risultato pieno: è l’atteggiamento giusto, quello del mettersi in discussione!

Podio femminile molto qualificato con la forestale Silvia La Barbera a vincere e convincere con un notevole crono di 42’07”. Silvia batte sul campo forti avversarie come l’etiope Abera Fisseha e la plurimedagliata triatleta Elena Maria Petrini (giovanissima ma già un oro mondiale junior e un bronzo continentale all’attivo), in una gara qualificatissima con campionesse del calibro di Simona Viola (maratoneta da 2h33′ e molte maglie azzurre sulle spalle) e Francesca Dottori (vincitrice nel 2011) fuori dalle medaglie.

Chissà quanti chilometri, a occhio e croce dovrei aver passato quota 80.000! Sono ormai nel 20° anno di attività, due terzi della mia vita passati in corsa. Io e la corsa non ci siamo mai traditi. Io e la Grifonissima nemmeno.Ho portato con me Amani for Africa (www.amaniforafrica.org) sul podio. E anche questa è una piccola soddisfazione in attesa di Grifonissima numero 33!

Ich bin kein Mensch, ich bin Dynamit!

mag 7, 2012   //   by admin   //   Blog  //  6 Comments

Da Nietzsche del titolo passo a certe variopinte espressioni metaforiche che ci ricordano alcuni principi esperienziali sul come stare al mondo ed affrontare le nostre giornate, come fossero moniti: “stai coi piedi per terra”, “per capire devi prima sbatterci la testa”, “non fare come il bue che dà del cornuto all’asino”, “quello che tu stesso non desideri, non farlo neppure agli altri uomini”, etc…

 

Beh, c’è una gara che ti spiega in concreto cosa intendesse il filosofo quando esclamava “io non sono un uomo, io sono dinamite!” e cosa significhino le sopraccitate frasette d’uso comune. Però devi avere delle doti: coraggio, incoscienza, capacità di soffrire sempre e comunque (fondo e testa), capacità di gioire sempre e comunque (un sorriso e un guizzo di follia nello sguardo).

StrongmanRun 2012 - tuffo!Ci vogliono attitudine tragica e spirito comico.

 

La Fisherman’s Friend Strongman Run è un po’ tutto questo, condito con un potere di socializzazione straordinario, per via della solidarietà che i partecipanti dimostrano aiutandosi l’un l’altro nel superamento degli ostacoli e per l’irrefrenabile desiderio di condividere esperienze e ricordi nel post-gara.

 

Diamo i numeri: oltre 12000 partenti, 22 km su 2 giri con 15 ostacoli artificiali per ciascun giro. Siamo al Nürburgring, mitico circuito motoristico nella Renania-Palatinato, in Germania. Il castello di Nürburg (ben 165 abitanti!!!) non si intravede nemmeno, tra nebbia fitta, pioggia battente e colline verdi di conifere e latifoglie. S’intuiscono inverni rigidi ed estati ventilate. Si respirano odori di resina e nell’aria non fluttuano i pollini di pioppo che ricoprono la pianura padana…

Il clima è da impresa eroica. Sabato 5 maggio, mattina, per un interista come me è una data che sul calendario non dovrebbe più esistere… ma bando alle ciance! Non è giornata da sfottò calcistici. Oggi si corre. Oggi si danza sotto la pioggia. Oggi è il giorno in cui si prova a spiccare il volo nonostante il piumaggio fradicio.

 

Tra un ostacolo e l’altro non si corre come spero io che vorrei far valere le mie “doti” da mezzofondista stradale. È una specie di cross senza fine, con saliscendi continui e insidiosi per fango e scivolosità, con prati e vie di fuga in ghiaia, con un asfalto così perfetto da essere viscido sotto i tacchetti da trail… La scelta delle scarpe è sbagliata, capisco subito che oggi correre forte non è importante: ci vogliono lucidità ed equilibrio, polmoni prima che muscoli elastici! Partenza “a manetta”, il quad/regia è inseguito da un intrepido cavernicolo che brandisce tanto di tibia di brontosauro e ascia di pietra! Urla “no pain, no glory!” e poi scoppia. Discesa-salita-discesa, ancora su asfalto e il primo mille è sotto i 3′, ma siamo sull’asfalto e scivolo e le gambe non rispondono come vorrei (anche se le chiamo forte!). Non fa nulla, sarà una pugna durevole!

 

FFSR 2012 craniata Niagara FallsNon posso raccontare tutto, ci vorrebbero ore e forse anche parole che non ho, che nemmeno esistono! Versi animaleschi… Affido la cronaca a quanto scrissi nell’immediato dopogara in linguaggio da messaggino cellulare: “Nurburgring.Partenza a razzo con uno vestito da cavernicolo,poi ho perso i primi 3 su un percorso fangoso e durissimo.M sn giocato le posizioni dalla4*alla6*fino al km13 poi sn cominciati i doppiaggi e doppiando 12.000tizi/e snz cedere alla tentazione d tagliare parti d tracciato sn finito “inspiegabilmente”25*(i doppiaggi m sn costati 20’ca considerato il secondo giro in 25’+del primo giro). Top 5? 1.Craniata contro la sbarra e scivolo d’acqua in semi-incoscienza 2.Piscina a7gradi,40m misto stile/rana 3.Muro d legno saltato cn balzo felino! 4.ritrovamento del pneumatico d Alonso 5.arrivo volante e posizione sulla testa sotto lo striscione del traguardo.Tutto ADRENALINA pura!Ora…tutto rotto!”.

 

Dapprincipio andavo per luoghi comuni… Il grillo parlante ogni giorno mi intima di “stare coi piedi per terra”, ma come faccio se finisco spesso gambe all’aria falciato da gente cui passo di fianco e che scivolando nel fango trascina a terra anche me? Come faccio se per sentire i polmoni strizzarsi nel gelo della piscina provo a spiccare il volo lanciandomi in un tuffo “plastico”? Come faccio se taglio il traguardo in “sirsasana”? Come faccio se per camminare su una rete di corda devo fare l’acrobata? È tutto un equilibrio sopra la follia…

 

StrongmanRun 2012 - sirsasanaSe non ho potuto dar retta al grillo, devo dire che invece la testa l’ho sbattuta eccome! Devo essere uno strongman con il cranio robusto, a giudicare dal fatto che non sono morto dopo l’impatto violentissimo con una barra di metallo in cima allo scivolo dell’ostacolo no. 6 denominato “Niagara Falls” (a proposito, tutti gli ostacoli nella descrizione di “Tuq” sul blog corroergosum.it ).

 

E poi l’emozione di essere un duo di “Tito” nel team Gazzetta Runners con quel cornutazzo di Tito Cantarella (naturalmente l’allusione è esclusivamente al costume da diavolo con tanto di mantello svolazzante… anche lui è uno che di tenere i piedi per terra non ne vuol sapere…). Ecco, uno è il bue e l’altro l’asino del detto popolare! Dalle propaggini temporali potete dedurre…

 

FFSR 2012 yogaXrunnersRisale probabilmente a Confucio l’idea del non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Certo, le torture della strongman non sono certo da “lista dei desideri” per la vita quotidiana, ma ciascuno di noi iscrivendosi sapeva suppergiù a cosa andava incontro, sapeva di aver scelto qualcosa che non avrebbe augurato nemmeno al suo peggior nemico… Eppure regalerei a un amico/a runner l’iscrizione a una strongman run. Cosa diceva il troglodita? “No pain, no glory!” (Senza sofferenza non c’è gloria!). Io mi permetto di tirare in ballo Bob Marley e dico anche “let’s get together and feel alright”, perchè strongman lo si diventa insieme. Da soli non c’è gusto…

 

Sono in vena di letteratura e – di fronte agli ignavi o ai fondamentalisti dell’atletica che non considerano l’idea di una strongman run – scomodo Dante i cui versi immortali faccio miei; mi rivolgo ad un ipotetico compagno di avventura e gli dico: “Non ragioniam di loro, ma guarda e passa”…

 

 

Il video ufficiale per chi volesse un’idea complessiva della “competizione”…

 

 

Da Nietzsche del titolo passo a certe variopinte espressioni metaforiche che ci ricordano alcuni principi esperienziali sul come stare al mondo ed affrontare le nostre giornate, come fossero moniti: “stai coi piedi per terra”, “per capire devi prima sbatterci la testa”, “non fare come il bue che dà del cornuto all’asino”, “quello che tu stesso non desideri, non farlo neppure agli altri uomini”, etc…

 

Beh, c’è una gara che ti spiega in concreto cosa intendesse il filosofo quando esclamava “io non sono un uomo, io sono dinamite!” e cosa significhino le sopraccitate frasette d’uso comune. Però devi avere delle doti: coraggio, incoscienza, capacità di soffrire sempre e comunque (fondo e testa), capacità di gioire sempre e comunque (un sorriso e un guizzo di follia nello sguardo).

Ci vogliono attitudine tragica e spirito comico.

 

La Fisherman’s Friend Strongman Run è un po’ tutto questo, condito con un potere di socializzazione straordinario, per via della solidarietà che i partecipanti dimostrano aiutandosi l’un l’altro nel superamento degli ostacoli e per l’irrefrenabile desiderio di condividere esperienze e ricordi nel post-gara.

 

Diamo i numeri: oltre 12000 partenti, 22 km su 2 giri con 15 ostacoli artificiali per ciascun giro. Siamo al Nürburgring, mitico circuito motoristico nella Renania-Palatinato, in Germania. Il castello di Nürburg (ben 165 abitanti!!!) non si intravede nemmeno, tra nebbia fitta, pioggia battente e colline verdi di conifere e latifoglie. S’intuiscono inverni rigidi ed estati ventilate. Si respirano odori di resina e nell’aria non fluttuano i pollini di pioppo che ricoprono la pianura padana…

Il clima è da impresa eroica. Sabato 5 maggio, mattina, per un interista come me è una data che sul calendario non dovrebbe più esistere… ma bando alle ciance! Non è giornata da sfottò calcistici. Oggi si corre. Oggi si danza sotto la pioggia. Oggi è il giorno in cui si prova a spiccare il volo nonostante il piumaggio fradicio.

 

Tra un ostacolo e l’altro non si corre come spero io, che vorrei far valere le mie “doti” da mezzofondista stradale. È una specie di cross senza fine, con saliscendi continui e insidiosi per fango e scivolosità, con prati e vie di fughe in ghiaia, con un asfalto così perfetto da essere viscido sotto i tacchetti da trail… Scelta delle scarpe sbagliata, capisco subito che oggi correre forte non è importante, ci vogliono lucidità ed equilibrio, polmoni prima che muscoli elastici! Partenza “a manetta”, il quad/regia è inseguito da un intrepido cavernicolo che brandisce tanto di tibia di brontosauro e ascia di pietra! Urla “no pain, no glory!” e poi scoppia. Discesa-salita-discesa, ancora su asfalto e il primo mille è sotto i 3′, ma siamo sull’asfalto e scivolo e le gambe non rispondono come vorrei (anche se le chiamo forte!). Non fa nulla, sarà una pugna duratura!

 

Non posso raccontare tutto, ci vorrebbero ore e forse anche parole che non ho, che nemmeno esistono! Versi animaleschi… Affido la cronaca a quanto scrissi nell’immediato dopogara in linguaggio da messaggino cellulare: “Nurburgring.Partenza a razzo con uno vestito da cavernicolo,poi ho perso i primi 3 su un percorso fangoso e durissimo.M sn giocato le posizioni dalla4*alla6*fino al km13 poi sn cominciati i doppiaggi e doppiando 12.000tizi/e snz cedere alla tentazione d tagliare parti d tracciato sn finito “inspiegabilmente”25*(i doppiaggi m sn costati 20’ca considerato il secondo giro in 25’+del primo giro). Top 5? 1.Craniata contro la sbarra e scivolo d’acqua in semi-incoscienza 2.Piscina a7gradi,40m misto stile/rana 3.Muro d legno saltato cn balzo felino! 4.ritrovamento del pneumatico d Alonso 5.arrivo volante e posizione sulla testa sotto lo striscione del traguardo.Tutto ADRENALINA pura!Ora…tutto rotto!”.

 

Dapprincipio andavo per luoghi comuni… Il grillo parlante ogni giorno mi intima di “stare coi piedi per terra”, ma come faccio se finisco spesso gambe all’aria falciato da gente cui passo di fianco e che scivolando nel fango trascina a terra anche me? Come faccio se per sentire i polmoni strizzarsi nel gelo della piscina provo a spiccare il volo lanciandomi in un tuffo “plastico”? Come faccio se taglio il traguardo in “sirsasana”? Come faccio se per camminare su una rete di corda devo fare l’acrobata? È tutto un equilibrio sopra la follia…

 

Se non ho potuto dar retta al grillo, devo dire che invece la testa l’ho sbattuta eccome! Devo essere uno strongman con il cranio robusto, a giudicare dal fatto che non sono morto dopo l’impatto violentissimo con una barra di metallo in cima allo scivolo dell’ostacolo no. 6 denominato “Niagara Falls” (a proposito, tutti gli ostacoli nella descrizione di “Tuq” sul blog corroergosum.it ).

http://www.corroergosum.it/index.php?option=com_content&view=article&id=291:strongman-run-gli-ostacoli&catid=2:news&Itemid=182

 

E poi l’emozione di essere un duo di “Tito” nel team Gazzetta Runners con quel cornutazzo di Tito Cantarella (naturalmente l’allusione è esclusivamente al costume da diavolo con tanto di mantello svolazzante… anche lui è uno che di tenere i piedi per terra non ne vuol sapere…). Ecco, uno è il bue e l’altro l’asino del detto popolare! Dalle propaggini temporali potete dedurre…

 

Risale probabilmente a Confucio l’idea del non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Certo, le torture della strongman non sono certo da “lista dei desideri” per la vita quotidiana, ma ciascuno di noi iscrivendosi sapeva suppergiù a cosa andava incontro, sapeva di aver scelto qualcosa che non avrebbe augurato nemmeno al suo peggior nemico… Eppure regalerei a un amico/a runner l’iscrizione a una strongman run. Cosa diceva il troglodita? “No pain, no glory!” (Senza sofferenza non c’è gloria!). Io mi permetto di tirare in ballo Bob Marley e dico anche “let’s get together and feel alright”, perchè strongman lo si diventa insieme. Da soli non c’è gusto…

 

Sono in vena di letteratura e – di fronte agli ignavi o ai fondamentalisti dell’atletica che non considerano l’idea di una strongman run – scomodo Dante i cui versi immortali faccio miei; mi rivolgo ad un ipotetico compagno di avventura e gli dico: “Non ragioniam di loro, ma guarda e passa”…

 

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Quote #8

I like running because it's a challenge. If you run hard, there's the pain -and you've got to work your way through the pain. You know, lately it seems all you hear is 'Don't overdo it' and 'Don't push yourself.' Well, I think that's a lot of bull. If you push the human body, it will respond. (Bob Clarke)