Vuoti a rendere o vuoti a perdere: storia semplice e semplificata

apr 25, 2017   //   by admin   //   Blog  //  No Comments

Una chiave di lettura del 25 aprile, della resistenza e della partigianeria contemporanei

Nasciamo, liberi e innocenti. Stropicciamo occhietti incollati e lanciamo il nostro primo vagito di battaglia.

Vediamo la mamma. Ci danno un nome, che magari non sarà il nostro “nome di battaglia” ma che ci definisce.

Procediamo per conquiste, sensoriali e intellettuali. Stiamo coi piedi per terra e scopriamo la gravità, stiamo con la testa tra le nuvole e scopriamo la levità.

Conquistiamo il passo e la parola. Il passo è impulso dell’istinto motorio, la parola impulso del pensiero: nelle nostre scarpette facciamo camminare le nostre idee.

Se siamo bravi e fortunati avanziamo per molti anni, calchiamo i percorsi di questo mondo fino al momento dei saluti finali. Poi moriamo.

Sarebbe bello saper morire liberi e onesti (l’innocenza credo muti forma), avendo lottato ogni giorno per non essere “vuoti a perdere”. Siamo involucri da riempire: dalla sottile scatola cranica giù giù fino alla terra, fino alle radici.

Nascevo 36 anni fa, con qualche tribolazione e trepidazione: la mamma e io abbiamo combattuto subito un po’ per guadagnarci il diritto a contare e camminare1. Le mie radici sono lì dove sono nato, in una valle che si allunga verso le Alpi. Le mie radici – anche quando non ci penso – restano lì; con me a giro per il mondo porto – anche quando non me ne rendo conto – rami e foglie, gemme e fiori.

Mi sono messo in piedi presto e ho esternato presto pensieri dotati di una minima logicità: mi sono preso e mi prendo tutte le libertà che la vita concede, tutte le libertà che chi aveva davvero un “nome di battaglia” ha conquistato e ci ha lasciato in dono.

Tra tutte le forme di libertà la mia preferita è quella di scegliere: in un certo senso racchiude in sé tutte le altre.

Scelgo di riempire il mio involucro, scelgo di stare dalla parte dell’uomo (essere partigiano), scelgo di aggrapparmi alle mie radici, scelgo che le mie radici siano valori non negoziabili: pace, eguaglianza, fratellanza, antifascismo, giustizia, laicità.

Non ho il diritto di arrendermi al compromesso, di cedere all’insipienza, di accettare corruzione o assistere inerte a soprusi e violenze (fisici o meno).

Non ho il diritto di dimenticare, a maggior ragione oggi che i partigiani superstiti se ne vanno portando con sé nella nuda terra una parte di memoria…

Vuoi essere agnostico e “vuoto a perdere”, lasciando dietro di te segni effimeri, atteggiamenti passivi e menefreghista lassismo? Oppure vuoi essere partigiano, portando con te memoria, valori e cultura e al fine dipartirti “vuoto a rendere”, scegliendo di lasciare un’eredità culturale, morale e anche pratica a chi rimane e tira avanti?

Io odio gli indifferenti2, scelgo di essere partigiano e scelgo di essere testimone della verità discernendo chiaramente fatti di storia oggettiva da narrativa di storiografia strumentale.

25 aprile ogni giorno, resistenza ora e sempre.

“Senza i testimoni, ognuno racconta la sua storia, e c’è più spazio per chi ci vuol far credere che vivere sotto il fascismo era bellissimo, e che i partigiani erano solo criminali, e che i repubblichini erano bravi ragazzi e basta. Ecco perché leggere, studiare, ascoltare le voci di chi c’era è fondamentale. Ecco perché il 25 aprile, fuori di retorica, bisogna continuare a festeggiare l Liberazione. Proprio perché per buona parte dell’arco costituzionale ormai antifascismo è una parola frusta, anzi, deprecabile. E invece è la base di tutte le nostre libertà e dei nostri diritti che una dittatura dell’uomo forte aveva negato. E per quanto affascinante possa essere l’idea di una dittatura in tempi in cui discutere è visto come una perdita di tempo, il ricordo di cosa è stato ci sia d’aiuto a non scadere in facili populismi”3.

“Spero che ognuno si renda conto di quanto poco sia partigiano far parole e discorsi: Resistenza è azione, è comportamento, è impegno, è stile di vita – è tutto tranne che parole. Al ricordo delle speranze del ’45 e al rimpianto dei compagni perduti, si aggiunge l’amarezza di questi anni, pieni di ingiustizie sociali, di corruttela e di violenza. Ecco allora che parlare di Resistenza non è patetico revival da reduci di guerra, ma un’occasione per cercare di capire errori fatti e scelte da fare, un’occasione per onorare chi ci ha creduto fino in fondo. […] Valeva la pena di esporre al furore nazista le povere valli di montagna per dar vita a formazioni che nel quadro della guerra mondiale potevano avere l’importanza di un granello di sabbia in mezzo al Sahara? Il Comitato di liberazione, il Corpo volontari della libertà, il Corpo italiano di liberazione hanno dato la necessaria risposta: l’Italia doveva scendere in campo, non poteva aspettare la libertà per mano dello straniero. Se è vero, come è vero, che la vita è fatta di scelte, quel momento storico non poteva che determinare scelte coraggiose. Quei primi drappelli scarmigliati che scendono in campo con le vecchie uniformi grigioverdi, i nuovi nomi di battaglia e delle povere armi strappate al nemico, sono la più grossa testimonianza di capacità di scelta che tutta la popolazione fece sua, fornendo quel supporto che il tempo dimostrò determinante”4.

 

  1. Cit. “I Cento Passi” – regia di Marco Tullio Giordana, 2000
  2. Cit. Antonio Gramsci
  3. Cit. Anna Ghezzi, giornalista lomellina contemporanea
  4. Cit. Luchino dal Verme, “Comandante Maino”

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I like running because it's a challenge. If you run hard, there's the pain -and you've got to work your way through the pain. You know, lately it seems all you hear is 'Don't overdo it' and 'Don't push yourself.' Well, I think that's a lot of bull. If you push the human body, it will respond. (Bob Clarke)